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Antibioticoresistenza, evitare la prossima pandemia
Redazione
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Fa poca notizia, eppure è una delle più grandi minacce sanitarie che affligge il pianeta. L’antibioticoresistenza causa già oggi milioni di morti annui: 1,27 direttamente e 4,95 milioni indirettamente. Senza opportuni interventi in futuro le cose potrebbero peggiorare e i batteri che non rispondono agli antibiotici potrebbero dare luogo a una vera e propria pandemia. 

Se ne è parlato oggi, 27 giugno, alla Sala degli Atti Parlamentari, Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, nel corso della prima tavola rotonda all’interno del Convegno “Antimicrobial Resistance (AMR), Real World Evidence, One Health", promosso dall’Osservatorio Nazionale per i Diritti dei Malati con il Patrocinio dell’Osservatorio Sanità e Salute.

L’Italia è tra i primi Paesi per dimensione del fenomeno. I dati potrebbero addirittura sottostimarlo, avverte Matteo Bassetti, presidente della Società Italiana di Terapia Infettiva e Antibatterica. «Ogni mattina i malati li vediamo. I nostri dati non sono quelli statistici».

Le cause sono molte. Di certo l'uso indiscriminato degli antibiotici ha un ruolo importante. «Chiaro che siano stati fatti degli errori.  Anche la classificazione proposta pone degli interrogativi. Nei fatti sono ristretti gli antibiotici che costano, c'è invece libera prescrizione per quelli che costano poco. Ecco quindi che salta l'appropriatezza. Occorre ridurre l'uso di tutti gli antibiotici, quindi. Non solo quelli più cari», dice Marco Falcone docente di Malattie Infettive a Pisa.

Maggiore attenzione serve anche nell'uso degli antibiotici negli animali. «L'uso eccessivo è un dato sicuro. Ma la veterinaria ha fatto grandi passi in avanti per la limitazione arrivata a meno del cinquanta per cento in pochi anni», aggiunge Antonia Ricci, direttore generale dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.

Guardando al futuro, è fondamentale non solo limitare l’uso improprio degli antibiotici ma anche trovare nuove molecole. «Bisogna spingere la ricerca e il mercato, finanziando la ricerca con fondi da destinare specificamente a questo settore per garantire un ritorno alle imprese», afferma Patrizio Armeni, docente della Bocconi.

Per Daniela Bianco, responsabile area Healthcare di Ambrosetti, «c'è anche il problema del miglioramento della diagnostica e la strategia combinata di investimenti che spingono sia sulla ricerca che sulla diffusione. L'azione deve essere combinata su più ambiti. L'approccio dato dal G7 fa ben sperare sul buon andamento in questa direzione».

Intanto guadagna sempre maggiore improntata la Real World Evidence. «La RWE va oltre la semplice raccolta di dati, fornendo informazioni preziose che collegano la pratica clinica reale alle decisioni informate», afferma il presidente della Fondazione RIDE2Med Gualberto Gussoni. 

Non mancano però le criticità. «Dati ed expertise ce ne sono ma non c'è coordinamento tra le varie istituzioni e i centri di ricerca», avverte  docente Gianluca Trifirò, docente di farmacologia all’ Università degli Studi di Verona. 

«Una scelta obbligata è trovare una strada per mettere a sistema la ricerca, tra sistema osservazionale e quello sperimentale. Fare cultura o semplice informazione al personale medico per pensare alla migliore strategia sui territori. Serve un intervento regolativo e normativo, in tal senso», prosegue Antonella Levante, Senior Vice President & General Manager, Italia e Grecia di IQVIA. 

Intanto, sullo sfondo c’è la minaccia di una nuova pandemia, «un’inevitabile immanenza», dice Stefano Vella, docente di metodologia della ricerca clinica dell'Università di Tor Vergata. “La presenza di spillover è continua e anche se non determina necessariamente una pandemia, il salto di specie accade spesso. La Sanità pubblica di ogni paese deve prepararsi e adeguarsi a nuove ondate virali”.

«Serve spendere di più e meglio in ricerca. Più vaccini disponibili, più soluzioni terapeutiche», conclude Marco Cavaleri, responsabile per la strategia per le minacce sanitarie e i vaccini dell’EMA. 

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