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Hiv, lo stop Usa agli aiuti pesa: crollano test e diagnosi
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    PEPFAR State Department protest
    Didascalia
    SWinxy, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons
Redazione
Il programma globale contro l’Hiv finanziato dagli Stati Uniti regge sul fronte delle cure, ma arretra nella prevenzione. I dati segnalano meno test e diagnosi dopo lo stop del 2025. Gli esperti: effetti potenzialmente gravi nei prossimi anni

Dopo gli avvertimenti, arrivano i numeri a confermare i timori: lo stop improvviso e la successiva riattivazione di uno dei più importanti programmi sanitari globali da parte degli Stati Uniti ha avuto effetti gravi: tengono ancora trattamenti, ma si è registrato un deciso arretramento nelle attività di prevenzione e diagnosi. Lo rivela un'analisi del New York Times che ha passato i dati diffusi dal Dipartimento di Stato statunitense sul President’s Emergency Plan for AIDS Relief' (noto come Pepfar). 

Jeremy Lewin, sottosegretario ad interim per l’assistenza estera, gli affari umanitari e la libertà religiosa, ha definito i risultati «molto, molto buoni» intervenendo a una conferenza nei giorni scorsi. Ma dietro questa apparente stabilità si nasconde una dinamica più preoccupante. I dati mostrano infatti un calo marcato nel numero di persone sottoposte a test, diagnosticate e avviate al trattamento per il virus dell’immunodeficienza umana (Hiv), un arretramento che — secondo esperti e attivisti — potrebbe avere conseguenze durature.

In particolare, nel quarto trimestre del 2025, il programma ha sostenuto test per 17,2 milioni di persone, contro i 21,9 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. Anche le nuove diagnosi sono diminuite, passando da 385 mila a 307 mila casi, una riduzione considerata in gran parte conseguenza diretta del minor numero di test effettuati.

Particolarmente allarmante è il calo nei trattamenti per i neonati affetti da Hiv, una categoria estremamente vulnerabile in cui la malattia può progredire rapidamente e risultare fatale.

Per alcuni osservatori, il quadro è meno drammatico rispetto ai timori emersi nelle settimane successive al congelamento degli aiuti esteri deciso dall’amministrazione Trump nel 2025. Ma resta comunque critico. «La traiettoria a lungo termine potrebbe tornare a essere deprimente come temevo lo scorso anno», ha dichiarato l’economista Charles Kenny del Center for Global Development. «Sono ancora molto preoccupato».

I dati si inseriscono in una tendenza già segnalata da un rapporto pubblicato a novembre dalla Clinton Health Access Initiative, che parlava di una «ripresa limitata e disomogenea», ricorda il New York Times. Secondo quel documento, nella prima metà del 2025 le nuove diagnosi di Hiv sono diminuite del 22 per cento, con un calo del 20 per cento tra i neonati. Anche il numero di persone che assumono farmaci orali per la prevenzione è sceso del 37 per cento.

Il programma Pepfar era stato avviato nel gennaio 2003 dall’allora presidente George W. Bush, in un contesto in cui i trattamenti contro l’Hiv erano largamente indisponibili in molte aree del mondo. Già dal 2004 aveva iniziato a fornire terapie antiretrovirali in Africa, con l’obiettivo iniziale di trattare due milioni di persone in cinque anni. Nel tempo, sostenuto da un ampio consenso bipartisan, è diventato uno dei più importanti interventi sanitari globali, contribuendo a salvare circa 26 milioni di vite in oltre 50 Paesi.

Nel 2025, tuttavia, l’amministrazione Trump ha avviato una revisione del programma, sostenendo che i Paesi a basso reddito dovessero ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e assumersi maggiori responsabilità nella lotta all’Hiv. In una prima fase, era stato ordinato alle organizzazioni locali di interrompere la distribuzione dei farmaci acquistati con fondi Pepfar, anche se già disponibili nelle cliniche.

Successivamente, test e trattamenti sono stati riattivati, ma lo stop ha avuto effetti profondi sulla rete di organizzazioni che forniscono assistenza nei Paesi a basso reddito. Alcuni esperti avevano temuto che le interruzioni potessero costare milioni di vite. Secondo diversi osservatori, la relativa tenuta dei trattamenti è dovuta anche all’impegno di operatori sanitari che hanno continuato a lavorare senza retribuzione e agli sforzi dei governi locali per colmare i vuoti lasciati dal programma.

Nel frattempo, l’amministrazione statunitense sta orientando la propria politica di aiuti esteri verso accordi bilaterali con i governi, riducendo il peso dei programmi verticali dedicati a singole malattie. Il Dipartimento di Stato ha parlato di «importanti progressi verso l’autosufficienza dei Paesi», uno dei pilastri di questa strategia. Circa tre milioni di persone avrebbero ricevuto assistenza tramite sistemi sanitari nazionali piuttosto che attraverso organizzazioni non governative.

Rimangono però molte incognite. I dati diffusi in questi giorni riguardano soltanto l’ultimo trimestre del 2025, ufficialmente a causa delle difficoltà operative e di rendicontazione durante le interruzioni del programma. «Probabilmente significa che i risultati di quel trimestre sono migliori rispetto a quelli dei periodi precedenti», ha osservato Kenny. 

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