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In Italia più di 52 mila donne vivono con una diagnosi di tumore dell'ovaio
Redazione
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Il tumore ovarico ogni anno fa registrare più di 5.400 nuovi casi in Italia. Otto donne su dieci, al momento della diagnosi, presentano una malattia già in fase avanzata e vengono generalmente sottoposte a un intervento chirurgico, seguito da chemioterapia a base di platino. La sopravvivenza globale a cinque anni delle pazienti con tumori epiteliali maligni dell’ovaio si aggira intorno al 43%. I tassi di mortalità risultano però in diminuzione nell’ultimo decennio, anche grazie all’introduzione di nuovi e più efficaci trattamenti in alternativa alla chemioterapia tradizionale. È così oggi possibile donare una speranza alle 52 mila donne che nel nostro Paese vivono con una diagnosi di carcinoma dell’ovaio, anche a quelle che sviluppano una recidiva che non risponde alla terapia a base di platino. È questa l’attuale situazione che emerge tra esperti durante l’evento scientifico FOLight – Discovering new frontiers in Ovarian Cancer, organizzato da AbbVie il 16 e 17 marzo a Sorrento.

«Tra quelli ginecologici il carcinoma ovarico è il più insidioso e il settimo più diagnosticato tra le donne di tutto mondo» ricorda Sandro Pignata, direttore dell'Uro-ginecologia del Pascale di Napoli. «Si caratterizza per una forte aggressività – precisa e non presenta sintomi specifici che invece sono spesso associabili a quelli di altre patologie. Anche la prevenzione secondaria è molto difficile e non esistono al momento degli esami di screening accertati. Il risultato è che appena un caso su dieci viene individuato quando la malattia è confinata solo alle ovaie. Questo rende ulteriormente più difficili le già limitate possibilità di cura. Di solito il trattamento consiste in un primo intervento chirurgico a cui seguono cicli di chemioterapia a base di platino. La neoplasia tende però a recidivare nel 70% dei casi di stadio III e IV e cioè quando è diffusa alla cavità addominale o estesa ad organi, come fegato o polmoni. La resistenza ai farmaci tradizionali è molto frequente – aggiunge Pignata - e quindi la ricerca scientifica ha dovuto concentrarsi sulla medicina di precisione e sull’individuazione di nuove terapie mirate».

Le uniche terapie innovative finora disponibili nel carcinoma dell’ovaio sono state riservate solo ad alcune categorie di pazienti e solo nelle prime fasi della malattia; mente per le pazienti in stadio più avanzato rimane un importante bisogno insoddisfatto. La ricerca scientifica si sta oggi concentrando su anticorpi farmaco-coniugati diretti su nuovi biomarcatori, di recente identificazione, presenti in uno specifico setting di pazienti. «Il recente arrivo degli anticorpi farmaco-coniugati rappresenta una svolta importante» sostiene Anna Fagotti, direttrice dell'Unità Carcinoma ovarico del Policlinico Gemelli di Roma. «Sono terapie che devono essere al più presto rese disponibili ed effettivamente fruibili in Italia. In particolare – precisa Fagotti - sono necessarie alle pazienti che risultano resistenti alla chemioterapia a base di platino. Mirvetuximab soravtansine è stato autorizzato a livello europeo a fine del 2024. Ha dimostrato di migliorare la prognosi in quanto ritarda la progressione della malattia, aumenta la sopravvivenza globale con un diverso profilo di tossicità rispetto ai trattamenti tradizionali. Indispensabile per il ricorso alla terapia è stata l’identi­ficazione di un nuovo biomarcatore, il recettore dei folati».

Nel carcinoma ovarico «stiamo assistendo a un’evoluzione importante: la sopravvivenza può aumentare grazie a terapie sempre più mirate» osserva Ilaria Bellet, presidente ACTO Italia – Alleanza contro il tumore ovarico. «Gli anticorpi farmaco-coniugati stanno cambiando le prospettive per molte pazienti – aggiunge - e per trasformare questa innovazione in cura serve un passo decisivo: renderli disponibili in modo tempestivo e omogeneo sul territorio, insieme agli strumenti diagnostici indispensabili per accedervi. In parallelo, non possiamo trascurare il valore di un’informazione corretta: i tumori ginecologici sono ancora poco conosciuti e la scarsa consapevolezza può tradursi in diagnosi tardive e percorsi più difficili».

Fabrizio Greco, amministratore delegato di AbbVie Italia, ricorda infine che «da molti anni siamo impegnati in ambito onco-ematologico utilizzando sempre le tecnologie più avanzate con l’obiettivo di sviluppare terapie che abbiano un impatto significativo sulla vita dei pazienti e sui loro bisogni insoddisfatti. Dobbiamo continuare a collaborare con le Istituzioni, le Società scientifiche e le Associazioni dei pazienti per riconoscere il valore dell’innovazione terapeutica, renderla disponibile in modo rapido e ampio a tutti coloro che ne hanno bisogno e integrarla tempestivamente nella pratica clinica». 

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