«Quando si discute se il femminicidio "esista", si rischia di trasformare in opinione un fenomeno che la ricerca studia da cinquant'anni».
In una nota, partendo da qui, il Comitato Pari opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi intende «riportare il discorso su quello che gli studi, i dati e l’esperienza clinica hanno già documentato, perché comprendere questo fenomeno fa parte del nostro lavoro di ogni giorno».
La parola, ricorda, ha una storia precisa: la criminologa Diana Russell lo introduce nel 1976 definendolo come l'uccisione di una donna in quanto tale, ossia per ragioni legate al genere. L'antropologa messicana Marcela Lagarde amplia poi il concetto includendo le forme di sopraffazione e violenza che spesso precedono l'omicidio. La necessità di una parola specifica, evidenzia la nota, nasce dal limite del termine neutro "omicidio", che cancella l'informazione essenziale: il movente.
I dati confermano la specificità del fenomeno. Nel 2025, secondo il report del Servizio analisi criminale del ministero dell'Interno, in Italia sono state uccise 97 donne, 85 delle quali in ambito familiare o affettivo e 62 per mano del partner o dell'ex. Il dato più significativo è che, mentre gli omicidi complessivi calano ai minimi degli ultimi dieci anni, quelli di donne all'interno della coppia rimangono stabili, con le stesse 62 vittime nel 2024 e nel 2025. Le donne raggiungono così la quota più alta mai registrata sul totale delle persone uccise, osserva la nota, evidenziando un fenomeno strutturale con una sua ricorrente “grammatica”.
Questa “grammatica” è nota in ambito clinico. Il femminicidio è quasi sempre l'esito di una lunga escalation: già nel 1979 la psicologa Lenore Walker descriveva il ciclo della violenza, in cui si alternano accumulo della tensione, esplosione e riconciliazione, mentre la spirale si stringe progressivamente. Il sociologo Evan Stark ha in seguito introdotto il concetto di controllo coercitivo (isolamento, svalutazione, sorveglianza, controllo economico), una forma di dominio che non lascia tracce visibili, ma prepara il terreno all'atto finale.
«Riconoscere questa specificità – sottolinea il Comitato - produce conseguenze molto concrete»: permette di valutare il rischio nelle fasi più critiche, come la fine di una relazione, di proteggere le vittime e di prendere in carico gli autori di violenza in percorsi dedicati. Sul piano normativo, la legge 181 del 2025 ha introdotto nel Codice penale il reato di femminicidio all'articolo 577-bis. Nella stessa direzione si muove la Direttiva dell'Unione europea 2024/1385, che nomina esplicitamente femminicidio e controllo coercitivo tra le forme di violenza contro le donne.
Dare un nome preciso al fenomeno è, dunque, il primo strumento per contrastarlo: senza denominazione, il problema resta invisibile.
