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È il 1986, l’anno di Černobyl e delle giocate di Maradona ai Mondiali in Messico. Nico è a Parigi. Nella capitale francese è arrivato per un importante viaggio di lavoro dalla vicina Amsterdam, la città in cui risiede. La mattina ha fatto una corsa verso l’aeroporto per non perdere il volo e ha saltato la colazione; una volta arrivato, si è tuffato a capofitto nell’allestimento concitato di uno stand fieristico senza neppure concedersi una pausa pranzo.
Dopo oltre ventiquattro ore di digiuno forzato, il suo corpo presenta il conto: «Al primo boccone della cena comincio a sentire conati di vomito, che mi hanno accompagnato per tutta la notte», racconta.
L’episodio acuto sembra poi rientrare, ma nei mesi successivi compaiono segnali inquietanti. «Avevo perennemente sete, continuavo a perdere peso, avevo bisogno di urinare spessissimo». Il tutto va avanti per circa un anno finché una visita di routine dal medico di medicina generale in Italia porta alla diagnosi: diabete di tipo 2, con il conseguente invio presso il servizio di diabetologia dell’ospedale.
Tra rabbia e responsabilità
«La diagnosi è stato un colpo. Un po’ come avviene spesso, la diagnosi ha portato un vortice di emozioni, dalla negazione allo smarrimento fino alla rabbia. Ma col tempo, pian pianino l’ho accettata», racconta Nico. Nei primi anni segue una terapia orale ed elimina gli zuccheri semplici dalla propria alimentazione, ottenendo una prima riduzione della glicemia e dei sintomi. Tuttavia, trascura l’attività fisica e il controllo dell’apporto calorico, iniziando ad aumentare sensibilmente di peso. Dopo circa dieci anni passa alla terapia con insulina basale serale, senza però ottenere i risultati sperati.
La vera svolta arriva nel 2006, poco dopo il pensionamento. «La solita visita di controllo, ma avevo l’emoglobina glicata sopra al 9%. La nuova diabetologa mi mette di fronte alle mie responsabilità. Soprattutto, mi accorgo che la dottoressa sembrava preoccuparsi della mia salute più di quanto stessi facendo io stesso».
È la scossa emotiva di cui aveva bisogno. Da quel momento decide di cambiare radicalmente il proprio approccio: riduce l’apporto calorico, segue la terapia con rigore e introduce l’esercizio fisico nella propria quotidianità.
«S.P.A.S.S.O. LIBERO»: la rinascita su due ruote
La bicicletta diventa ben presto il fulcro del suo riscatto. «Comincio a fare attività fisica almeno 25 minuti al giorno: bicicletta, cyclette, pesi. Poi, con un gruppo di amici cominciamo a percorrere le piste ciclabili di Varese. Lentamente il giro si allarga: prima in altre zone d’Italia, poi all’estero, soprattutto in Germania», ricorda Nico. L’attività fisica costante gli consente di ridurre il peso corporeo e migliorare il controllo glicemico, ma soprattutto rafforza la sua autostima e gli restituisce il piacere profondo di raggiungere nuovi traguardi.
Il motto delle sue uscite in bicicletta è ancora oggi «S.P.A.S.S.O. LIBERO», acronimo per «sole, paesaggi, arte, silenzio, salute e ozio», inteso nel significato più autentico di dedicarsi a ciò che si ama. Pedalando accanto a compagni anche di venti o trent’anni più giovani, Nico si rende conto che né la malattia né l’età devono impedire di condurre una vita piena e attiva. Da questa consapevolezza nasce un secondo motto: «Morire giovani, il più tardi possibile».
Dai pungidito al sensore intelligente
Un ulteriore cambiamento decisivo arriva nel 2022. Nico è già da tempo in terapia con insulina, sia quella basale sia quella a rapido assorbimento, e tiene sotto controllo la glicemia con le tradizionali gocce di sangue prelevate sul dito. In quell’anno comincia invece a usare un dispositivo per il monitoraggio continuo della glicemia, grazie al rimborso garantito dalla Regione tramite il Servizio sanitario nazionale.
Poter conoscere in ogni momento il proprio livello di glucosio e consultare lo storico dei dati modifica profondamente il suo modo di gestire il diabete. Il controllo non è più limitato alle singole misurazioni effettuate con la puntura del dito o agli esami del sangue periodici. Diventa continuo, immediato e informato. Gli strumenti intanto evolvono e si fanno più precisi, più facili da applicare, più piccoli. Nico passa dalla versione 2 a quella 3 del dispositivo prodotta da Abbott, azienda leader nel settore dei dispositivi in campo diabetologico.
Rispetto al passato non si tratta solo di un modo più facile per misurare la glicemia. Grazie al monitoraggio continuo del glucosio, Nico osserva con facilità come il suo organismo reagisce all’alimentazione, alla terapia e all'attività fisica. La disponibilità immediata dei dati lo aiuta a prendere decisioni più consapevoli nella quotidianità e a migliorare il controllo glicemico, raggiungendo in alcuni momenti valori di emoglobina glicata fino a 5,9%, impensabili in precedenza. Anche gli allarmi, compresi quelli notturni, offrono un supporto importante nel prevenire gli episodi di ipoglicemia.
«La differenza più grande la noto nelle uscite in bici che durano tanto tempo. Prima dovevo fermarmi per misurare la glicemia con la puntura del dito; oggi controllo rapidamente il dato e il suo andamento sul display. Basta un’occhiata per accertarmi se i valori si mantengono nel range di riferimento indicato dal diabetologo e, se necessario, assumere carboidrati e continuare a pedalare con tranquillità».
Di nuovo protagonista
Guardando al proprio percorso, Nico riconosce di essere passato da una gestione approssimativa e in parte passiva del diabete a una gestione consapevole, proattiva e informata. «Un tempo verificavo l’andamento della malattia solo attraverso gli esami del sangue effettuati ogni sei mesi, oggi ho a disposizione informazioni immediate che mi permettono di comprendere il mio corpo e di agire tempestivamente», dice.
Per Nico, la tecnologia rappresenta un investimento nella salute e nella qualità della vita che consente a chi convive con il diabete di assumere un ruolo da protagonista: informarsi, seguire con costanza la terapia, curare l’alimentazione, praticare attività fisica, confrontarsi con altre persone e mantenere un rapporto continuo con il Centro diabetologico.
«A chi ha appena ricevuto una diagnosi di diabete consiglio di non rimandare e di procedere un passo alla volta, fissando obiettivi realistici, ma progressivamente più ambiziosi», aggiunge, sottolineando il suo terzo motto: «”Gradatim sed ferociter”, vale a dire passo dopo passo, ma con determinazione».
Dopo quarant’anni di convivenza con il diabete, Nico continua a guardare avanti con profondo ottimismo. «Il mio obiettivo non è semplicemente aggiungere anni alla vita - conclude - ma aggiungere vita agli anni: continuare a coltivare le mie passioni, mantenermi attivo e vivere pienamente. Nonostante il diabete».
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