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Giornata nazionale
I pediatri: «La salute si costruisce da bambini, ma l’infanzia resta ai margini»
Redazione
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Contrastare la denatalità e investire sull’infanzia; introdurre l'educazione sanitaria a scuola; estendere l'assistenza pediatrica fino a 18 anni, anche in ospedale; ripensare spazi, servizi e organizzazione degli ospedali a misura di bambino e adolescente: sono queste, in sintesi le proposte emerse martedì 5 maggio alla Giornata nazionale della pediatria promossa per la prima volta dalla Società italiana di pediatria (Sip).

«Viviamo in una società adultocentrica a cominciare dalla denatalità: secondo gli ultimi dati Istat – ricorda il presidente Sip, Rino Agostiniani - le nascite sono scese sotto le 355 mila unità annue, un nuovo minimo storico passato quasi sotto silenzio. Mettere i bambini e la loro salute futura al centro dell’agenda del Paese non significa solo avere adulti più sani, ma anche garantire la sostenibilità del sistema».

La buona salute non inizia nella vita adulta, ma molto prima ed è lì che si gioca la prevenzione. Alimentazione, ambiente, condizioni sociali e cure ricevute nei primi anni di vita costruiscono il profilo di salute nel tempo di un individuo. Studi che saranno presentati al Congresso italiano di pediatria (27-29 maggio a Padova) mostrano che già alla nascita si possono osservare segnali di “invecchiamento” dell’organismo. Anche sul piano economico le evidenze sono chiare: ogni euro investito in prevenzione può generare ritorni fino a 16 euro, tra minori spese sanitarie e maggiore produttività. 

Nonostante ciò oggi l’infanzia sembra “sotto assedio”: solitudine, aumento delle patologie croniche, disagio psicosociale, impoverimento delle famiglie, riduzione delle coperture vaccinali, stili di vita nocivi, sovrappeso e obesità, impennata dei disturbi neuropsichiatrici. «Bisogna prendersi cura di queste fragilità per avere una popolazione adulta in buona salute – sostiene Agostiniani - integrando la prevenzione nei programmi scolastici, insegnando ai bambini a riconoscere i comportamenti che mettono a rischio la salute per prepararli a essere cittadini consapevoli». 

Pediatri fino a 18 anni: non solo sul territorio, anche in ospedale

Le linee programmatiche della riforma della medicina territoriale annunciate dal ministro della Salute Orazio Schillaci prevedono l’estensione dell’assistenza territoriale pediatrica fino ai 18 anni, una richiesta che la comunità pediatrica porta avanti da tempo. Ma il rischio è che la riforma resti a metà se non coinvolgono anche gli ospedali. I numeri lo dimostrano: circa un bambino su quattro (fascia 0-18 anni) viene ricoverato in reparti per adulti e tra i 15 e i 18 anni la quota sale fino al 70%. In termini assoluti, si tratta di oltre 100 mila tra bambini e adolescenti ogni anno. Una tendenza che si conferma anche nelle terapie intensive, dove quasi un ricovero su due avviene in strutture per adulti.

I nuovi bisogni di salute e il pediatra del futuro

«La pediatria ospedaliera dei prossimi anni sarà profondamente diversa» prevede Alberto Villani, responsabile dell'Unità di Pediatria generale, malattie infettive e Dea dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. «A pesare – prosegue - saranno fattori già evidenti: denatalità, aumento dei casi complessi e cronici, crescita dei disturbi neuropsichiatrici, bambini sempre più fragili perché nati prematuri o grazie alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, che oggi rappresentano una quota crescente delle nascite» (nel 2022 il 4,3% dei nati, ciooè oltre 16.700 bambini). «Serviranno forse meno pediatri – aggiunge - ma con competenze specifiche per gestire pazienti complessi e nuovi bisogni di salute. E serviranno ospedali ripensati: spazi, servizi e organizzazione dovranno essere realmente a misura di bambino e adolescente». Di certo il pediatra «non può limitarsi a curare, ma deve comprendere e prevenire, accompagnare lo sviluppo del bambino in tutte le sue dimensioni, clinica, psicologica e sociale». 

Ricerca pediatrica, priorità da rafforzare

Una buona assistenza però non può esistere senza una buona ricerca, sottolinea Annamaria Staiano, Past President Sip e presidente della Società europea di gastroenterologia, epatologia e nutrizione pediatrica (ESPGHAN): «Non si tratta solo di aumentare i fondi, ma di cambiare il modo in cui la ricerca è organizzata e percepita. È necessario migliorare il coordinamento tra consorzi e reti pediatriche e adeguare tempi e risorse, perché la ricerca pediatrica è più complessa e costosa rispetto a quella sugli adulti».

Territorio, formazione e cure primarie: la sfida decisiva

Estendere l’assistenza pediatrica fino ai 18 anni «significa riconoscere che l’età evolutiva non si interrompe a 14 anni – interviene Antonio D’Avino, presidente della Federazione italiana medici pediatri - e che l’adolescenza richiede competenze specifiche, continuità di relazione e capacità di intercettare precocemente fragilità cliniche, psicologiche e sociali.  Per questo la sfida decisiva è rafforzare le cure primarie, integrandole sempre di più con scuola, territorio e ospedale, affinché ogni bambino possa essere accompagnato in un percorso di crescita e di salute continuo e appropriato».

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