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DidascaliaImmagine: Presidencia de la República Mexicana, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons
Negli ultimi dieci anni la sanità pubblica italiana ha perso una parte rilevante della propria struttura di comando clinico-organizzativo. Non solo reparti accorpati e servizi ridotti, ma anche un progressivo ridimensionamento delle figure apicali che governano ospedali e unità operative. È quanto emerge dallo studio Anaao Assomed basato sui dati del Conto Annuale del Tesoro, che fotografa una riduzione profonda e diffusa delle direzioni di Struttura Complessa e di Struttura Semplice, con effetti particolarmente marcati nel Centro e nel Sud del Paese.
Secondo l’analisi, tra il 2013 e il 2023 in Italia sono state eliminate 1.424 direzioni di Struttura Complessa, pari al 18,6% del totale. Se il confronto parte dal 2009, anno in cui il servizio sanitario nazionale raggiunge il picco di medici dipendenti, il dato diventa ancora più significativo: in 14 anni sono scomparse 3.134 direzioni, con una riduzione del 33,5%. Un trend che si accompagna al crollo delle Strutture Semplici, passate dalle 15.585 del 2013 alle 8.866 del 2023, con un taglio del 43%, pari a 6.719 direzioni in meno.
Il ridimensionamento, evidenzia lo studio, è l’effetto di un prolungato contenimento della spesa che ha inciso in modo strutturale sull’organizzazione ospedaliera.
«Il forsennato contenimento della spesa ha prodotto negli anni tagli di personale così profondi che oggi se ne vedono tutte le conseguenze: organici insufficienti, ricorso alle cooperative e a medici stranieri, fino ad arrivare alla chiusura di servizi e di conseguenza alla drastica riduzione dei direttori di Struttura Complessa (ex primari) e di Struttura Semplice», si legge nell’analisi curata da Pierino Di Silverio, segretario nazionale Anaao Assomed, e da Chiara Rivetti dell’esecutivo nazionale.
Dal punto di vista territoriale, le differenze sono marcate. Tra le regioni che hanno registrato le maggiori riduzioni di direzioni di Struttura Complessa figurano Molise (-59,09%), Sardegna (-56,31%), Basilicata (-38,84%), Puglia (-29,56%) e Umbria (-29,41%). Il confronto per macro-aree mostra come il Nord abbia una riduzione media del 13,35%, il Centro del 13,87%, mentre il Sud raggiunge il 28,32%, contribuendo ad ampliare un divario già presente nella capacità di governo clinico del sistema sanitario.
In questo contesto si è diffusa anche la figura del direttore “a scavalco”, chiamato a guidare più reparti, talvolta in strutture diverse. Una soluzione organizzativa che, secondo lo studio, comporta una minore presenza nei reparti, responsabilità frammentate e un indebolimento complessivo della leadership clinica. A ciò si aggiunge l’aumento delle clinicizzazioni, con reparti affidati a direttori di area universitaria anziché ospedaliera, spesso senza passare da concorsi nelle aziende sanitarie, riducendo ulteriormente le opportunità di carriera per i dirigenti ospedalieri.
Parallelamente, è crollato anche il numero di direttori Struttura Semplice. Le regioni più penalizzate sono Basilicata (-75,85%), Sardegna (-74,95%), Umbria (-66,27%), Campania (-64%) e Calabria (-61,15%). Anche in questo caso il Sud registra il taglio più elevato (55%), seguito dal Centro (44%) e dal Nord (33%), sebbene alcune regioni settentrionali, come Liguria, Veneto e Piemonte, presentino riduzioni significative. Toscana e Lombardia risultano invece le meno colpite considerando complessivamente Strutture Complesse e Semplici.
La scomparsa di una Struttura Semplice, sottolinea lo studio, significa perdere «un livello essenziale di responsabilità clinico-organizzativa, quello che tiene insieme la vita quotidiana dei reparti, coordina le équipe, gestisce i percorsi e supporta il lavoro dei professionisti più giovani». Un processo che rende i reparti «più soli, meno coordinati e più vulnerabili con conseguente perdita di competenze, attrattività e capacità di cura».
«I dati che abbiamo osservato rappresentano la fotografia fedele delle insoddisfazioni di medici e dirigenti sanitari, chiusi nella morsa della burocrazia, con spazi di carriera e di governance sempre più ridotti e bersaglio, ora, anche dalle università che si improvvisano in ruoli gestionali anziché formativi, con le evidenti lacune dovute alla mancanza di esperienza specifica», dice il segretario nazionale Anaao Assomed, Pierino Di Silverio. «Per invertire questa rotta disastrosa, occorrono riforme legislative urgenti per valorizzare il ruolo del medico e dirigente sanitario nella governance dell'ospedale e per riconsegnare al medico quella fiducia che è ormai persa. Per queste ragioni riteniamo prioritario un nuovo patto della salute che parta e si concentri sul professionista prima che sui contenitori», aggiunge.
«Chiediamo da tempo e continueremo a proporre modifiche al decreto legislativo 502 del 1992, che appare ormai superato e non rispondente alla nuova figura del professionista sanitario che ha l'obbligo di gestire, governare e indirizzare anche l'intelligenza artificiale e le nuove tecnologie, ma che oggi non ha gli strumenti e la forza per farlo», sottolinea. Inoltre, «è necessario rivedere i luoghi di cura nella loro organizzazione e nel numero nonché nella razionalizzazione e riavvicinare il medico e il dirigente sanitario all'ospedale e il paziente al medico. Anche il Dm 70 che riorganizzava gli ospedali in base a logiche e criteri demografici ormai obsoleti, richiede una profonda revisione sul piano organizzativo. Ma questo cambiamento radicale non sarà mai possibile se non verranno coinvolti i protagonisti, cioè coloro che curano e che nonostante tutto continuano a garantire la loro presenza e professionalità. Non dimentichiamo che senza medici e dirigenti sanitari non esiste cura», conclude Di Silverio.
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