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DidascaliaImmagine: Lungoleno, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana pro-capite si colloca al quindicesimo posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra quelli del G7. La spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,2% del Prodotto interno lordo (Pil), in calo rispetto al 6,3% del 2024 e nettamente inferiore alla media sia dell'OCSE sia dei Paesi europei, entrambe al 7,1%. Sul fronte della spesa pro-capite a parità di potere di acquisto, il divario rispetto alla media dei Paesi europei ha superato 36 miliardi di euro.
È questa la sintesi che emerge dall'analisi del dataset OECD Health Statistics (aggiornato al 17 luglio scorso) della Fondazione Gimbe, resa nota mercoledì 2 settembre.
Il sottofinanziamento della sanità pubblica, sostiene Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione, «non è più una questione contabile per addetti ai lavori, ma una criticità strutturale che ha indebolito il Servizio sanitario nazionale e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale. Alimenta tensioni politiche e mette in difficoltà tutte le Regioni, strette tra l’obbligo di garantire i Livelli essenziali di assistenza e quello di mantenere i conti in ordine. Ma il prezzo più alto lo pagano i cittadini: liste d’attesa fuori controllo, Pronto soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e sociali sempre più marcate e crescente ricorso alla spesa privata». Con il conseguente impoverimento e indebitamento delle famiglie, sottolinea, «fino alla rinuncia a esami diagnostici e visite specialistiche: un fenomeno che nel 2024 ha riguardato 5,8 milioni di persone, quasi una su dieci».
Nell’interpretazione dei dati OECD va considerato che la spesa sanitaria pubblica di ciascun Paese comprende diversi sistemi di finanziamento, di cui generalmente uno prevalente: fiscalità generale (come in Italia e Regno Unito), assicurazione sociale obbligatoria, assicurazione privata obbligatoria.
Spesa sanitaria pubblica in percentuale del Pil. Nel 2025 in Italia la spesa sanitaria pubblica è risultata al 6,2% del Pil, in calo di 0,1 punti percentuali rispetto al 2024 e nettamente inferiore sia alla media OCSE sia a quella europea, entrambe al 7,1%. Il differenziale con gli altri Paesi considerati varia dai +4,8 punti percentuali della Germania (11% del Pil) a +0,2 della Repubblica Slovacca (6,4% del Pil).
Spesa sanitaria pubblica pro-capite. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia stata di 3.952 dollari, 909 in meno rispetto alla media OCSE (4.861) e 1.013 in meno rispetto alla media dei Paesi europei (4.965). Tra gli Stati membri dell’Unione europea, 14 investono più dell’Italia: dai 47 dollari in più della Spagna (3.999) ai 4.774 in più della Germania (8.726); davanti a noi ci sono anche Repubblica Ceca, Slovenia e Polonia, mentre alle nostre spalle restano solo alcuni Paesi dell’Europa dell’Est e meridionale».
Sino al 2011 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia era sostanzialmente allineata alla media dei Paesi europei. Da allora il divario si è progressivamente ampliato per effetto di tagli e definanziamenti, raggiungendo 424 dollari pro-capite nel 2019. È cresciuto ulteriormente negli anni della pandemia, quando gli altri Paesi hanno investito molto più dell’Italia; poi nel 2023-2024, quando l’incremento italiano è stato inferiore a quello medio europeo; e ancora nel 2025, quando la spesa sanitaria pubblica italiana è rimasta sostanzialmente stabile. Nel 2025 il divario rispetto alla media dei Paesi europei dell’area OCSE raggiunge 1.013 dollari per abitante a prezzi correnti e a parità di potere d'acquisto, corrispondenti a 612,4 dollari pro-capite.
Il confronto con i Paesi del G7. L’Italia è sempre stata fanalino di coda nel G7, ricorda il presidente della Fondazione Gimbe, ma quello che nel 2008 era un distacco contenuto «oggi si è trasformato in un abisso»: nel 2025 l’Italia si conferma ultima nel G7 con 3.952 dollari pro-capite, meno della metà della Germania.
Nel Country Report 2026 della Commissione europea, osserva Cartabellotta, per la prima volta le criticità del nostro Ssn non vengono più lette solo come un problema di tutela della salute, ma vengono esplicitamente collegate anche all’equità sociale e alla produttività del Paese. «Non a caso – ricorda - lo scorso 10 luglio il Consiglio dell’Ue ha adottato una raccomandazione formale affinché l’Italia garantisca un accesso più tempestivo a cure economicamente accessibili e affronti le carenze di personale nelle professioni chiave. Il messaggio è inequivocabile: il deterioramento del Ssn non è più solo un problema sanitario, ma ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese».
Tutto ciò, secondo Cartabellotta, conferma che il finanziamento della sanità «non può ridursi ogni anno al consueto teatrino pre-manovra: una trattativa su quanti miliardi il ministro della Salute riuscirà a strappare al Mef per il 2027. Il ministro Schillaci ne ha già chiesti almeno cinque, ma la questione non è quanti riuscirà a portarne a casa quest’anno: bisogna interrompere questa liturgia annuale. Serve un patto tra tutte le forze politiche – conclude il presidente della Fondazione Gimbe - che, al riparo dagli avvicendamenti di Governo, fissi un impegno non negoziabile: rifinanziare progressivamente la sanità pubblica e accompagnare le risorse con riforme strutturali del Ssn, sostenute nel tempo da continuità e volontà politica».
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