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DidascaliaImmagine: Petr Kratochvil, CC0, via Wikimedia Commons
I farmaci analoghi del Glp-1, indicati per il controllo del diabete e in alcuni casi per perdere peso nelle persone con obesità, non causano un aumento del rischio di soffrire di sintomi depressivi e pensieri o comportamenti suicidi. È la conclusione a cui sono giunti due studi pubblicati sulla rivista JAMA Internal Medicine.
I sospetti su alcuni di questi farmaci erano stati sollevati poco più di un anno fa, quando l’agenzia del farmaco islandese aveva rilevato alcune segnalazioni di suicidi e atti di autolesionismo in persone che assumevano questi medicinali. Immediatamente, sia l’agenzia del farmaco europea (Ema) sia quella americana (Fda) avevano avviato una revisione su questi farmaci. Nei mesi scorsi l’Ema sia l’Fda hanno smentito questa ipotesi escludendo un nesso causale tra questi farmaci e pensieri e azioni suicide. Alle agenzie si aggiunto uno studio indipendente pubblicato su Nature Medicine che ha raggiunto gli stessi risultati.
Ora, un’ulteriore conferma arriva anche dai due nuovi studi. Il primo, coordinato dalla University of Pennsylvania di Philadelphia, ha passato in rassegna i dati di 4 studi clinici che avevano valutato la sicurezza e l’efficacia del farmaco semaglutide nel trattamento dell’obesità. L’analisi, che ha riguardato le informazioni su circa 3.500 persone, ha confermato che non c’è nessun legame tra l’assunzione del farmaco e la comparsa di depressione e pensieri o atti suicidi; anzi si osserva una riduzione del rischio i depressione. Ciò tuttavia è confermato solo per chi non soffriva in precedenza di disturbi mentali gravi. «Sono necessari studi controllati e una sorveglianza post-marketing continua per valutare la sicurezza» «nelle persone affette da obesità e gravi disturbi mentali», scrivono i ricercatori.
Il secondo studio, coordinato dal Karolinska Institutet di Stoccolma, ha invece confrontato i dati relativi a circa 125 mila persone in trattamento con analoghi del Glp-1 con quelli di 174 mila pazienti che assumevano un altra classe di antidiabetici (inibitori di Sglt2). Anche in questo caso non sono emersi segnali di preoccupazione. L’uso degli analoghi del Glp-1 «non era associato a un rischio aumentato di morte per suicidio, autolesionismo o depressione incidente e disturbi correlati all’ansia», scrivono i ricercatori che tuttavia non escludono che un aumento del rischio, talmente piccolo da non essere misurabile, possa esistere.
La vicenda per il momento sembra chiusa, anche se un editoriale pubblicato a corredo dei due studi parla di «puzzle incompleto».
«Nel loro insieme, questi studi sono rassicuranti», «tuttavia, non rispondono a tutte le domande di sicurezza psichiatrica poste da questa classe di farmaci», scrivono gli autori Timothy S. Anderson e Deborah Grady. «Nessuno dei due studi risponde chiaramente alla domanda se gli agonisti del recettore GLP-1 peggiorino i sintomi tra i pazienti con problemi di salute mentale preesistenti come depressione moderata o grave», «inoltre, questi studi hanno esaminato solo 2 agonisti del recettore GLP-1». Per questo, concludono, «è essenziale una vigilanza continua nel monitoraggio dei sintomi di salute mentale».
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