In Italia gli uomini vivi dopo una diagnosi di tumore della prostata sono aumentati del 55 per cento in dieci anni: erano 217 mila nel 2014 e sono diventati 485 mila nel 2024. Le stime per il 2026 indicano inoltre una riduzione della mortalità del 7,4 per cento rispetto al periodo 2020-2021. Numeri che confermano i progressi raggiunti grazie a terapie innovative e a percorsi di cura sempre più efficaci, trasformando questa neoplasia in una condizione caratterizzata da sopravvivenze più lunghe e, in molti casi, da una vera e propria cronicizzazione.
Secondo un documento del progetto della Fondazione Aiom, però, il miglioramento dei trattamenti non basta. Occorre infatti integrare in modo strutturato la qualità di vita come criterio primario nella valutazione delle terapie e nella progettazione dei percorsi assistenziali, superando un approccio che ancora oggi la considera in modo non sistematico o in fasi troppo avanzate del processo decisionale.
Ogni anno in Italia si registrano oltre 40 mila nuove diagnosi di tumore della prostata, la neoplasia più frequente nella popolazione maschile. La sopravvivenza a cinque anni raggiunge il 91 per cento. Le nuove terapie ormonali, i radiofarmaci, gli inibitori della poli adenosina difosfato ribosio polimerasi nei pazienti selezionati e l’evoluzione delle sequenze terapeutiche hanno trasformato la gestione della malattia. Tuttavia, avvertono gli esperti, la qualità di vita non è ancora pienamente integrata nei modelli organizzativi e nei criteri di valutazione dell’innovazione.
Una criticità riguarda gli esiti riferiti direttamente dai pazienti, i Patient-Reported Outcomes (PRO), strumenti validati che però nella pratica clinica vengono utilizzati in modo disomogeneo. La loro applicazione risulta particolarmente complessa nelle popolazioni più anziane e fragili, che rappresentano una quota rilevante dei pazienti oncologici. A ciò si aggiunge la discrepanza tra la percezione del medico e quella del paziente riguardo a benefici terapeutici ed effetti collaterali, che può influenzare le decisioni sulle cure.
Gli esperti richiamano inoltre l’attenzione su fattori spesso sottovalutati, come la politerapia e le interazioni farmacologiche, la “tossicità finanziaria” legata ai costi delle cure e il peso psicologico associato ai controlli periodici. Anche gli effetti delle terapie ormonali su umore, immagine corporea e vita relazionale richiedono un maggiore supporto, così come i servizi psicologici e riabilitativi, ancora insufficienti rispetto ai bisogni.
Il documento sottolinea anche il valore della gestione multidisciplinare: il lavoro integrato tra oncologi, urologi, radioterapisti e altri specialisti favorisce scelte terapeutiche più appropriate e una gestione coordinata delle tossicità, con ricadute positive sulla qualità di vita. Tuttavia, modelli come le Prostate Cancer Unit e i Percorsi diagnostico-terapeutici-assistenziali (Pdta) risultano ancora applicati in modo disomogeneo.
Per migliorare l’assistenza, gli esperti propongono di includere in modo esplicito gli esiti di qualità di vita nei criteri di valutazione e rimborso delle terapie innovative, rafforzare i modelli multidisciplinari, potenziare i servizi psicologici e promuovere decisioni realmente condivise. Un obiettivo che richiede percorsi più personalizzati, capaci di adattare intensità e durata dei trattamenti alle preferenze e alle esigenze dei singoli pazienti.
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