Si amplia l’armamentario a disposizione dei medici per portare sempre più pazienti con il cancro al seno alla guarigione. Molte novità saranno presentate al San Antonio Breast Cancer Symposium in corso in questi giorni a San Antonio, in Texas. Tra queste, tre studi, firmati anche da Giuseppe Curigliano, direttore della Divisione Nuovi Farmaci per Terapie innovative e Vicedirettore dell’Istituto Europeo di Oncologia oltreché professore all’Università Statale di Milano.
Il primo studio (Destiny06), pubblicato sul New England Journal of Medicine, consacra il ruolo degli anticorpi coniugati nella cura delle pazienti con tumore al seno HER2 low, le cui cellule presentano cioè un’espressione bassa del recettore 2 del fattore di crescita dell’epidermide umana. I dati dimostrano che anche nelle pazienti con bassa espressione del recettore (tumore HER2-low o HER2-ultralow,) l’anticorpo monoclonale trastuzumab coniugato con il farmaco deruxtecan, dopo la terapia ormonale, migliora la sopravvivenza senza progressione di malattia in media di cinque mesi rispetto alla chemioterapia.
Un importante progresso nelle terapie per i tumori mammari metastatici emerge anche dai risultati del secondo lavoro, apparso sul New England Journal of Medicine. Si tratta dello studio (EMBER-3) sull’efficacia di Imlunestrant, un degradatore orale selettivo del recettore degli estrogeni, nelle pazienti con carcinoma mammario avanzato ER+ HER2-, che esprime cioè il recettore degli estrogeni, ma non il recettore HER2. I dati hanno dimostrato che in pazienti già trattate con terapia endocrina, Imlunestrant, associato al chemioterapico Abemaciclib, migliora di circa quattro mesi la sopravvivenza senza progressione di malattia rispetto alla terapia standard.
L’ultimo studio, pubblicato su Nature Medicine, segna invece un passo avanti nella terapia neoadiuvuante, somministrata prima dell’intervento chirurgico per ridurre le dimensioni del tumore e renderlo più facilmente operabile. La ricerca ha dimostrato che l’immunoterapia con Nivolumab aumenta l’efficacia della chemioterapia neoadiuvante, senza peggiorare gli effetti collaterali, nelle donne con tumore al seno iniziale ER+ HER2- ad alto rischio, vale a dire con alti livelli di ER e assenza di HER2. I ricercatori hanno inoltre identificato specifici sottogruppi di pazienti che hanno maggiori probabilità di rispondere e trarre beneficio dalla associazione di Nivolumab e chemioterapia neoadiuvante. Questi pazienti sono quelli con maggiore livello di linfociti infiltranti e di PD-L1 (recettore bersaglio per l’immunoterapia).
«Questi risultati dimostrano che dobbiamo continuare a interrogarci sugli schemi terapeutici e le classificazioni del tumore al seno, per migliorare le cure dei tumori metastatici e quelli iniziali ad alto rischio: le due grandi sfide della senologia contemporanea», spiega Curigliano. «Dobbiamo continuare a sviluppare lo studio delle caratteristiche molecolari del tumore e in particolare la presenza o meno di target molecolari sulla superficie delle cellule tumorali e i livelli a cui sono presenti, perché su questa conoscenza si basa la strategia terapeutica del futuro. I progressi ci sono già oggi, come dimostra il fiorire di studi mondiali, tra cui i tre appena pubblicati a cui sono orgoglioso di avere contribuito. La prospettiva di vita per una donna con una malattia metastatica è quasi triplicata negli ultimi 20 anni, ma io sono convito che questo è solo l’inizio di un processo che ci porterà verso l’obiettivo della guarigione per tutte le pazienti con tumore del seno», conclude.
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