Paura degli effetti collaterali, dimenticanza, ignoranza dei reali benefici della terapia o aspetti psicologici: sono queste le cause principali della mancata aderenza alle cure ormonali segnalate dalle donne in cura per un tumore al seno.
Una revisione sistematica di 26 studi pubblicata sulla rivista Breast ha rilevato che una donna su tre con tumore della mammella interrompe la terapia ormonale: dal primo al quinto anno dall’inizio della cura la percentuale di adesione diminuisce del 25,5%. Risultati confermati da un sondaggio su mille donne con tumore del seno: il 35% ammette infatti di non considerarsi aderente alla terapia ormonale (il 18% non lo è completamente, il 17% solo talvolta).
Per migliorare il livello di consapevolezza delle pazienti sull’importanza di assumere le cure ormonali nelle dosi e nei tempi indicati dall’oncologo, l'Aiom e la Fondazione Aiom promuovono una campagna di informazione che include, oltre al sondaggio, un opuscolo distribuito nei principali centri di oncologia, webinar per pazienti e attività social. Il progetto, realizzato con la sponsorizzazione non condizionante di Lilly, è stato presentato sabato 9 novembre al Congresso nazionale Aiom (8-10 ottobre a Roma).
Nel 2023, in Italia, sono stati stimati 55.900 nuovi casi di carcinoma della mammella, il più frequente in tutta la popolazione. La terapia ormonale è indicata nelle forme ormonosensibili, che costituiscono circa il 70% del totale.
La terapia adiuvante, cioè successiva alla chirurgia, può essere considerata, sostiene Saverio Cinieri, presidente di Fondazione Aiom, «uno dei maggiori successi in oncologia negli ultimi trent’anni. Ciononostante, si stima che una paziente su tre non assuma la terapia ormonale adiuvante come prescritto dal medico. Questa condizione è associata a un aumento del rischio di recidiva e della mortalità e, più in generale, degli interventi di assistenza sanitaria, rappresentando un danno sia per i pazienti che per il sistema». Maggiore aderenza, prosegue Cinieri, «significa minor rischio di ospedalizzazione, minori complicanze associate alla malattia, maggiore sicurezza ed efficacia dei trattamenti, incremento della sopravvivenza e riduzione dei costi per le terapie».
Nel sondaggio promosso da Aiom e Fondazione Aiom, il 76% delle pazienti riferisce all’oncologo gli effetti collaterali. Nonostante l’88% ritenga di aver ricevuto da lui informazioni adeguate, quasi la metà (47%) non è consapevole che la mancata aderenza può causare la recidiva della malattia.
«La comunicazione tra oncologo e paziente è fondamentale come azione di rinforzo per migliorare i livelli di assunzione delle cure – sottolinea Massimo Di Maio, presidente eletto Aiom – e per far comprendere che la terapia endocrina rappresenta, di fatto, un vero e proprio “salvavita”. I farmaci utilizzati possono causare effetti collaterali come vampate di calore, stanchezza, dolori articolari o nausea. È importante che l’oncologo fornisca alla paziente indicazioni, anche sugli stili di vita sani, per contrastare questi disturbi».
Se assunta correttamente, la terapia ormonale adiuvante può ridurre del 40% le recidive tumorali e di un terzo la mortalità per carcinoma mammario. Consiste nella somministrazione di farmaci che bloccano l’attività degli estrogeni, ormoni normalmente prodotti dall’organismo, ma responsabili dell’insorgenza e sviluppo di almeno due terzi dei tumori mammari.
«Sappiamo che, nel carcinoma mammario, il rischio di recidiva resta elevato anche a distanza di venti anni dalla diagnosi spiega Alessandra Fabi, membro del Direttivo nazionale Aiom - e per questo viene proposta l’ormonoterapia. Ciononostante, dalla revisione sistematica pubblicata su Breast è emerso che, dopo cinque anni, tanto l’aderenza quanto la persistenza alla terapia hanno raggiunto valori medi attorno al 66%, riducendosi progressivamente dal primo al quinto anno. Nello studio, le donne più attente sono state le 50-65enni. La minore aderenza delle più giovani è determinata dal timore degli effetti collaterali provocati dai farmaci, soprattutto a carico di fertilità e sessualità. La minore aderenza nelle più anziane, invece, è legata soprattutto alla contemporanea presenza di altre malattie, alla scarsa alfabetizzazione sanitaria, al decadimento delle funzioni cognitive e alla mancanza di supporto sociale».
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