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L’attività fisica fa la differenza: anche in forma lieve allunga la vita
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    Immagine: Drmirshak, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons
Redazione
Nelle persone con sindrome cardio-nefro-metabolica un’ora in più al giorno di movimento leggero è associata a una riduzione del rischio di morte compresa tra il 14% e il 20% nell’arco di 14 anni

Non è detto che sia necessario fare sforzi da atleti per godere dei benefici dell’attività fisica. Una ricerca pubblicata oggi sul Journal of the American Heart Association mostra infatti che anche un movimento leggero può allungare la vita, perfino in chi convive con una condizione complessa come la sindrome cardio-nefro-metabolica, o CKM. 

La sindrome cardio-nefro-metabolica è una condizione complessa che unisce disfunzioni metaboliche (obesità, diabete tipo 2, dislipidemia), renali (malattia renale cronica) e cardiovascolari (ipertensione, malattie cardiache). Se ciascuna di loro espone già a rischi elevati, insieme, moltiplicano il rischio di infarto, ictus, scompenso cardiaco. La sindrome è classificata in stadi da 0 a 4: più il numero sale, più aumenta il rischio cardiovascolare.

È in questo scenario che lo studio introduce un messaggio importante: non serve necessariamente l’attività fisica intensa per ridurre il rischio di morte. Anzi, per molte persone negli stadi più avanzati di sindrome cardio-nefro-metabolica questo obiettivo può essere irrealistico. È qui che entrano in gioco le attività leggere.

«C’è una crescente evidenza che attività più leggere come camminare o fare giardinaggio possano essere benefiche per la salute del cuore», spiega Michael Fang, professore associato di epidemiologia alla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora. «Tuttavia, gli studi non avevano ancora esaminato i benefici a lungo termine per chi ha già una malattia cardiaca o è ad alto rischio».

È quello che ha fatto il nuovo lavoro, che si basa sui dati della National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) raccolti tra il 2003 e il 2006, che includono informazioni sanitarie dettagliate di circa 7.200 adulti. Un elemento chiave è l’uso degli accelerometri: dispositivi in grado di misurare il movimento reale delle persone per diversi giorni, andando oltre le dichiarazioni soggettive.

Grazie a questi strumenti, i ricercatori hanno potuto distinguere tra attività leggere, moderate e vigorose. E definire con precisione cosa si intende per leggera. «L’attività fisica leggera è qualcosa che si può fare senza perdere il fiato», chiarisce Joseph Sartini, dottorando in biostatistica alla Johns Hopkins e primo autore dello studio. «Esempi comuni sono lo yoga, una camminata tranquilla, lo stretching e le faccende domestiche».

Ogni partecipante è stato collocato in uno stadio CKM sulla base dei suoi dati clinici: dallo stadio 0, che indica parametri nella norma, fino allo stadio 4, che comprende persone con più componenti della sindrome e una storia di infarto, ictus, fibrillazione atriale o malattia arteriosa periferica.

Secondo i risultati dello studio, più tempo si dedica ad attività fisica leggera, minore è il rischio di morte negli stadi 2, 3 e 4 della CKM. Un’ora in più al giorno di movimento leggero è associata a una riduzione del rischio di morte compresa tra il 14% e il 20% nell’arco di 14 anni. E il beneficio cresce con la gravità della sindrome. Passare da 90 minuti a due ore al giorno di attività leggera, per esempio, è associato a una riduzione del rischio del 2,2% nello stadio 2, ma del 4,2% nello stadio 4.

«L’attività fisica leggera è uno strumento terapeutico trascurato che può aiutare a migliorare la salute del cuore nelle persone con CKM», sottolinea Sartini. «Per chi si trova negli stadi più avanzati, i potenziali benefici sono sostanziali».

Gli autori sono cauti nelle conclusioni. Lo studio è osservazionale: può individuare associazioni, non stabilire un rapporto di causa-effetto. Non è possibile affermare con certezza che aumentare l’attività fisica leggera riduca direttamente il rischio di morte. È anche plausibile che chi ha una malattia più avanzata sia naturalmente meno attivo e, allo stesso tempo, più esposto a un rischio maggiore.

Nonostante ciò i risultati fanno ben sperare e suggeriscono che piccoli gesti quotidiani possono allungare la vita.

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