Favorire l’informazione e la formazione, spiegare l'importanza degli screening per favorire l’adesione e la partecipazione, creare una forte sensibilizzazione sulla difesa della salute.
Sono questi gli obiettivi dell’accordo triennale in tema di prevenzione oncologica in ambito penitenziario firmato tra la Regione Campania, l’Istituto nazionale tumori Pascale, l'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e Fondazione Aiom.
L'iniziativa, presentata giovedì 2 ottobre a Napoli, prevede eventi d’informazione rivolti alla popolazione carceraria e al personale penitenziario, corsi di formazione e progetti di ricerca.
«I cittadini detenuti rappresentano una popolazione fragile anche dal punto di vista sanitario» sottolinea Francesco Perrone, presidente Aiom. «Sono uomini e donne particolarmente esposti anche al pericolo d’insorgenza di neoplasie. La condizione di non libertà incide profondamente sia sulla psiche che sul fisico. Spesso incentiva comportamenti e vizi non salutari come il fumo, l’abuso di alcol, la dieta scorretta o la sedentarietà. Oltre il 70% dei detenuti maschi fuma regolarmente e la metà di loro vorrebbe però smettere. Il 40% è invece sedentario e solo il 13% mangia regolarmente le cinque porzioni di frutta e verdura raccomandate. Inoltre – aggiunge - già riscontriamo nella popolazione generale tassi d’adesione insufficienti ai programmi di screening per la diagnosi precoce di alcune neoplasie». Pertanto «abbiamo deciso di promuovere un progetto innovativo e che intende accendere i riflettori su un aspetto poco considerato dell’assistenza e prevenzione oncologica».
Per Maurizio di Mauro, direttore generale del Pascale e coordinatore campano della Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), «il cancro può e deve essere contrastato anche nelle carceri italiane. Quello alla salute è un preciso diritto costituzionale così come lo sono il rispetto della dignità della persona e la rieducazione del condannato. Nelle carceri del nostro Paese sono frequenti problemi come il sovraffollamento, le condizioni fatiscenti degli istituti, la scarsità di personale di sorveglianza o l’insufficiente presenza di operatori socio-sanitari. Questo progetto – sostiene di Mauro - rappresenta un vero e proprio laboratorio per una sanità sempre più efficiente e vicino ai più deboli e diventare un modello da esportare su scala nazionale».
Giuseppe Nese, coordinatore responsabile del Laboratorio territoriale di sanità penitenziaria “Eleonora Amato”, ricorda che «fin dal 1999 è compito del Servizio sanitario nazionale assicurare a tutti i detenuti il diritto alla salute. Per farlo c’è assolutamente bisogno di una forte collaborazione tra le Istituzioni sanitarie locali e l’Amministrazione penitenziaria».
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