- ImmagineDidascaliaImmagine: Razvan Socol, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons
Non è un peccato di gola. L’irresistibile attrazione per i cibi grassi ha origine da qualche parte lungo l’asse intestino-cervello. Il messaggio che parte dalla pancia e attraverso i nervi arriva alla mente è ancora più subdolo di quello lanciato dalle papille gustative. Perché non ci dice quello che ci piace o non ci piace, quello che ci va di mangiare oppure no, ma ci suggerisce quello di cui abbiamo bisogno (i cibi grassi, per l’appunto). E cercare di contrastare un bisogno è molto più difficile che cercare di resistere alla tentazione del palato. La ricerca del Zuckerman Institute della Columbia University pubblicata su Nature lascia immaginare però che interrompendo in qualche modo questa deleteria “conversazione” culinaria tra intestino e cervello si possa superare la dipendenza dagli alimenti ricchi di grassi.
«Se vogliamo controllare il nostro insaziabile desiderio di grasso, la scienza ci sta dimostrando che il canale chiave che guida queste voglie è la connessione tra l'intestino e il cervello», afferma Mengtong Li, a capo dello studio.
I ricercatori hanno condotto degli esperimenti sui topi per valutare come gli animali rispondessero ai lipidi e agli acidi grassi che gli servono per mantenersi in vita. Ai topi sono state offerte bibite a base di grassi disciolti in acqua e bevande zuccherate. Dopo qualche giorno gli animali mostravano una netta preferenza per l’acqua ricca di grassi. Gli scienziati hanno eliminato geneticamente da alcuni animali la capacità di sentire i sapori attraverso la lingua. Anche in questo caso veniva preferita la bibita grassa a quella zuccherata.
«Anche se gli animali non sentivano il sapore del grasso, erano comunque spinti a consumarlo», ha detto Zuker.
Si è fatta largo così l’ipotesi di specifici circuiti cerebrali che condizionano il comportamento degli animali spingendoli verso il cibo grasso.
I ricercatori hanno misurato l'attività cerebrale nei topi mentre consumavano alimenti grassi osservando l’attivazione dei neuroni di una particolare regione del tronco cerebrale, il nucleo caudale del tratto solitario (cNST). Durante il pasto a base di grassi si attivavano anche i neuroni nel nervo vago che collega l'intestino al cervello. Ma è l’intestino il vero “manipolatore” dell’appettito. Gli scienziati hanno notato che due gruppi di cellule endoteliali, quelle che rivestono le pareti dell’intestino, inviavano segnali ai neuroni del nervo vago mentre gli animali mangiavano cibi grassi. Bloccando l’attività di segnalazione queste cellule grazie a un farmaco il nervo vago non riceveva alcun segnale e i topi perdevano interesse per il loro pasto preferito. Lo stesso accadeva spegnendo, con modifica genetica, i neuroni del nervo vago e i neuroni del nucleo caudale del tratto solitario.
«Questi esperimenti hanno dimostrato che ciascuno di questi passaggi biologici dall'intestino al cervello è fondamentale per la risposta degli animale ai cibi grassi. Questi esperimenti forniscono anche nuove strategie per cambiare la risposta del cervello e possibilmente il comportamento nei confronti del cibo», conclude Zucker.
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