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Lo studio
Identificati biomarcatori per monitorare la malattia di Charcot-Marie-Tooth di tipo 2A
Redazione
Corpo

Uno studio italiano ha identificato nel sangue molecole capaci di monitorare il danno nervoso nella malattia di Charcot-Marie-Tooth di tipo 2A (CMT2A), aprendo la strada a trial clinici più efficaci. Lo studio, condotto dai ricercatori del Centro Dino Ferrari dell’Università e del Policlinico di Milano, in collaborazione con l’Istituto Medea di Bosisio Parini (Lecco), è pubblicato su Scientific Reports.

Per la prima volta, uno studio ha valutato in modo sistematico i biomarcatori sierici in una coorte di pazienti con CMT2A, la forma assonale più comune di neuropatia periferica ereditaria, causata da mutazioni nel gene Mitofusina2 (MFN2).

La CMT2A è una malattia neuromuscolare rara che causa una progressiva degenerazione delle fibre nervose, con debolezza muscolare, perdita della sensibilità e difficoltà nel cammino. A oggi non esiste alcuna terapia approvata e finora mancavano strumenti oggettivi per misurare la progressione della malattia o valutare l’efficacia di nuovi trattamenti.

La ricerca, coordinata da Stefania Paola Corti ed Elena Abati del Laboratorio di Cellule staminali neurali del Centro Dino Ferrari, ha misurato nel sangue quattro molecole candidate in 15 pazienti affetti da CMT2A, dieci controlli sani e 16 pazienti affetti da altre malattie neuromuscolari (sclerosi laterale amiotrofica e atrofia spinale muscolare di tipo 3). Gli stessi biomarcatori sono stati valutati nel modello animale transgenico di CMT2A, cioè geneticamente modificato per riprodurre la malattia umana.

«Il neurofilamento a catena leggera, NfL, si è rivelato elevato nel sangue dei pazienti con CMT2A rispetto ai controlli sani – spiega Abati, prima autrice dello studio - e questo dato è stato confermato anche negli animali affetti. I livelli di NfL nei pazienti con CMT2A sono risultati intermedi tra quelli osservati nei pazienti affetti da Sla e Sma3: questo suggerisce che il biomarcatore possa aiutare a distinguere la CMT2A da condizioni clinicamente simili, con un semplice prelievo di sangue».

Lo studio ha identificato un secondo biomarcatore promettente: l’FGF21 (Fibroblast Growth Factor 21), una proteina che aumenta quando le cellule sono sottoposte a stress mitocondriale, cioè a un’alterazione del funzionamento dei mitocondri, le “centrali energetiche” della cellula. Anche questo biomarcatore è risultato significativamente elevato nei pazienti con CMT2A. Il dato è coerente con il meccanismo alla base della malattia: la CMT2A è infatti causata da mutazioni del gene MFN2, fondamentale per il corretto funzionamento dei mitocondri. Le alterazioni di questo gene compromettono la fusione e il trasporto dei mitocondri all’interno delle cellule nervose, contribuendo al danno progressivo dei nervi periferici tipico della malattia.

«Disporre di biomarcatori validati nel sangue significa poter misurare oggettivamente l’effetto delle nuove terapie, inclusi gli approcci di terapia genica che stiamo sviluppando, senza ricorrere a procedure invasive» sottolinea Federica Rizzo, co-autrice dello studio.

Lo studio descrive inoltre tre nuove varianti del gene MFN2 (p.Ile88Val, p.Lys243Met, p.Leu733Pro) finora mai riportate in letteratura, ampliando ulteriormente la conoscenza dell’eterogeneità genetica della CMT2A.

La ricerca è stata resa possibile grazie al sostegno economico dell’Associazione Progetto Mitofusina 2 e al contributo dei pazienti affiliati ad ACMT-Rete (l’Associazione italiana per la CMT), che hanno partecipato allo studio su base volontaria, donando campioni biologici essenziali per la validazione dei biomarcatori.

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