A dieci anni dalla diagnosi di melanoma con metastasi cerebrali asintomatiche, una condizione che in passato era associata a una sopravvivenza di pochi mesi, oggi il 32% dei pazienti è ancora vivo grazie alla combinazione di due farmaci immunoterapici, ipilimumab e nivolumab. È il risultato dell’analisi finale dello studio di fase III NIBIT-M2 della Fondazione Network italiano per la bioterapia dei tumori (Nibit), che presenta il follow-up più lungo mai registrato per questa popolazione.
I dati sono stati presentati al congresso dell’American Association for Cancer Research a San Diego da Anna Maria Di Giacomo, professoressa di Oncologia medica all’Università di Siena e responsabile del programma di sperimentazioni cliniche del Centro di Immuno-oncologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria aenese.
Le metastasi cerebrali rappresentano una delle principali sfide nella cura del melanoma avanzato: oltre il 40% dei pazienti sviluppa lesioni nel sistema nervoso centrale, con un drastico peggioramento della prognosi. Per anni si è ritenuto che la barriera emato-encefalica potesse limitare l’efficacia delle terapie, ma le evidenze più recenti hanno aperto la strada a nuove possibilità.
Lo studio NIBIT-M2, multicentrico e randomizzato, ha confrontato tre strategie terapeutiche: chemioterapia standard con fotemustina, combinazione di fotemustina e ipilimumab, e doppia immunoterapia con ipilimumab e nivolumab. Dopo oltre dieci anni di follow-up, il vantaggio della doppia immunoterapia è risultato netto: il 32% dei pazienti è vivo e libero da malattia, contro il 13% di chi ha ricevuto solo chemioterapia. La sopravvivenza specifica per melanoma raggiunge il 36%. «Questi dati mostrano che è possibile ottenere un controllo prolungato della malattia anche a livello cerebrale, e forse la guarigione definitiva», sottolinea Di Giacomo.
Una delle novità più rilevanti riguarda la cosiddetta biopsia liquida, che permette di prevedere la risposta alle cure con un semplice prelievo di sangue. La tecnica analizza il Dna tumorale circolante e la sua metilazione, fornendo indicazioni sulla sensibilità all’immunoterapia. «Bassi livelli iniziali di DNA tumorale nel sangue e la loro rapida riduzione nelle prime settimane sono associati a una maggiore probabilità di risposta», spiega Di Giacomo.
Secondo Michele Maio, presidente della Fondazione Nibit, questi risultati «consolidano il ruolo dell’immunoterapia come standard di cura anche contro le metastasi cerebrali asintomatiche e aprono la strada a una medicina sempre più precisa e mirata». L’obiettivo è orientare le scelte terapeutiche fin dalle prime fasi e monitorare la malattia in modo non invasivo, segnando un passo importante verso cure oncologiche sempre più personalizzate.
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