Un gruppo di ricerca del Policlinico Gemelli e dell'Università Cattolica di Roma ha individuato dei biomarcatori tessutali specifici, una sorta di “impronta digitale molecolare”, che consentono di distinguere con certezza le forme benigne da quelle ad alto grado di malignità o ad alto rischio di trasformazione maligna dei tumori mucinosi papillari intraduttali (Ipmn) del pancreas. La peculiarità di queste neoplasie è che rappresentano un vero rompicapo per i clinici proprio perché è difficile inquadrarle come forme benigne o maligne.
Per arrivare a questo risultato, i ricercatori hanno esaminato una grande quantità di dati su pezzi operatori di pazienti trattati al Gemelli negli ultimi dieci anni. Lo studio, appena pubblicato su Nature Communications, ha così consentito di individuare sul tessuto tumorale le “firme molecolari” che indicano una displasia di basso grado (HOXB3 e ZNF117), quelle dei casi “borderline” (SPDEF) e infine i marcatori di displasia di alto grado, cioè delle forme sicuramente maligne (NKX6-2). La ricerca non solo fornisce un importante nuovo strumento diagnostico per differenziare le lesioni pancreatiche pre-tumorali benigne da quelle maligne, ma getta luce anche sul ruolo dell’attivazione di alcuni geni nella progressione degli Ipnm da una forma benigna a una maligna.
Questi tumori originano dai dotti pancreatici e sono considerati precursori dell’adenocarcinoma duttale pancreatico, una neoplasia molto aggressiva per la quale le opzioni terapeutiche sono limitate. Con le conoscenze attuali non è possibile prevedere l’andamento della loro storia naturale e individuare dunque con certezza quelli a maggior rischio di trasformazione maligna. Le forme considerate ad alto rischio vengono sottoposte subito a intervento chirurgico, mentre quelle a basso rischio, a sorveglianza (Rmn ogni sei mesi).
«Finora dunque – spiega Giampaolo Tortora, professore di Oncologia medica all’Università Cattolica e direttore del Comprehensive Cancer Center del Gemell - la stratificazione del rischio degli Ipmn viene fatta solo in base alle caratteristiche cliniche e radiologiche, mentre non si disponeva di criteri che tenessero conto della loro biologia. Questo fa sì che fino al 10% degli Ipmn considerati a “basso rischio” – dice Tortora - sfugga a una corretta valutazione e, nel tempo, possa dar luogo a un tumore aggressivo».
Una recente metanalisi della Mayo Clinic (Usa) rivela che gli Ipmn vengono scoperti per caso nell’11% circa degli over 50 sottoposti a Tac addominale. Mancano però dati certi di prevalenza e incidenza. «Una necessità assoluta è dunque quella di creare un registro italiano degli Ipmn – sostiene Tortora - perché siamo certi che il loro numero sia ampiamente sottostimato».
La ricerca è stata supportata da un grant della Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, assegnata al progetto di Carmine Carbone, ricercatore del Gemelli, team leader dello studio. I prossimi step consisteranno nella ricerca di un biomarcatore plasmatico e di terapie innovative contro i tumori del pancreas.
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