Un nuovo studio condotto dall'Istituto di Candiolo, appena pubblicato sulla rivista EMBO Molecular Medicine, ha individuato una promettente strategia per superare la resistenza del tumore del colon-retto ai farmaci anti-EGFR.
In Italia il tumore del colon-retto rappresenta la terza neoplasia negli uomini e la seconda nelle donne. In Italia nel 2024 sono stimate 48.706 nuove diagnosi, di cui 27.473 negli uomini e 21.233 nelle donne.
«Da circa vent’anni, i farmaci anti-EGFR rappresentano una colonna portante nel trattamento del tumore al colon-retto – ricorda Sabrina Arena, professoressa del Dipartimento di oncologia dell’Università di Torino, coordinatrice dello studio - contribuendo a prolungare la sopravvivenza dei pazienti. Tuttavia, il tumore è una “entità intelligente”: sotto la pressione dei farmaci, impara a evolversi e a scappare, diventando resistente nel tempo in quasi tutti i casi».
Lo studio, di cui Kristi Buzo, ricercatore dell’Istituto di Candiolo, è primo autore - punta a soddisfare quello che gli specialisti definiscono un “unmet clinical need”, un bisogno clinico insoddisfatto. Quando la resistenza si manifesta, le opzioni per i pazienti diventano infatti drammaticamente limitate.
I ricercatori hanno scoperto che le cellule tumorali resistenti, pur sembrando più forti, nascondono una fragilità: «Sono cariche di danni al Dna – spiega Arena - e soffrono di un elevato stress replicativo. Per sopravvivere nonostante questi danni, il tumore si affida a una proteina chiamata WEE1, che funge da "freno di sicurezza”. WEE1 ferma momentaneamente il ciclo cellulare, permettendo alla cellula malata di riparare il proprio Dna e continuare a dividersi».
Sebbene si tratti di uno studio traslazionale, le basi appaiono solide e i ricercatori guardano ora alla sperimentazione clinica: «Abbiamo fornito il razionale scientifico e gli strumenti – conclude Arena - ora tocca alla clinica trasformare questa scoperta in una nuova realtà terapeutica».
