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L'indagine
Aggressioni al personale sanitario: un'emergenza in evoluzione
Redazione
Corpo

Ricostruire la mappa della violenza nelle strutture sanitarie italiane, individuando le aree più esposte, i reparti a maggior rischio, le nuove caratteristiche degli aggressori e le principali criticità sul fronte della sicurezza. È con questo obiettivo che Nursing Up, sindacato degli infermieri, ha condotto un'analisi nazionale sul fenomeno. L'analisi nasce dall'incrocio di dati pubblici regionali, rilevazioni degli Ordini professionali, monitoraggi dei referenti sindacali nelle aziende sanitarie, informazioni degli Osservatori regionali sulla sicurezza degli operatori e segnalazioni raccolte direttamente sul territorio.

Il quadro che ne emerge è che non soltanto aumentano gli episodi di violenza, ma cambia la loro distribuzione geografica, cresce il peso dei reparti di Emergenza-urgenza e della salute mentale e si amplia il divario tra aggressioni realmente subite e aggressioni denunciate.

Cinque Regioni in allarme rosso. I dati per area geografica mostrano una concentrazione preoccupante in alcune Regioni. La Lombardia registra quasi novemila segnalazioni annue, il Veneto supera le tremila, l'Emilia-Romagna ne conta 2.715, con gli infermieri coinvolti in quasi il 60 per cento dei casi. La Toscana supera i duemila episodi documentati, mentre la Campania registra una crescita del fenomeno pari al 22 per cento, superiore alla media nazionale, con un problema di sommerso particolarmente acuto.

«La novità – sottolinea Antonio De Palma, presidente di Nursing Up - non è solo che nel complesso le aggressioni aumentano. Oggi troviamo numeri da emergenza anche nelle Regioni considerate tra le più organizzate del Paese. Questo significa che il problema riguarda l'intero sistema sanitario nazionale».

Il nuovo epicentro del rischio. L'indagine evidenzia una crescente concentrazione degli episodi nei reparti di Emergenza-urgenza, nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc) e nelle strutture di salute mentale. Si tratta delle aree in cui si concentrano pazienti fragili, situazioni ad alta complessità assistenziale, tensioni organizzative e carenze croniche di personale.

La violenza cambia forma. L'indagine registra anche una trasformazione nella natura stessa degli episodi. Oltre la metà coinvolge soggetti in stato di alterazione psicofisica. Cambia anche il livello di pericolosità: se fino a pochi anni fa prevalevano insulti, minacce, spintoni e percosse, oggi gli operatori segnalano con frequenza crescente tentativi di strangolamento, aggressioni al collo, immobilizzazioni violente e soffocamenti.

Il sommerso. L'incrocio tra dati territoriali e segnalazioni evidenzia una forte discrepanza tra episodi formalmente registrati e fenomeno reale. Tra le cause principali emergono la sfiducia nelle procedure, la complessità burocratica delle segnalazioni, la mancanza di tempo e la tendenza crescente a considerare la violenza come una componente ordinaria del lavoro. «Troppi professionisti hanno smesso perfino di denunciare perché convinti che nulla cambierà», sostiene De Palma.

Copertura di sicurezza insufficiente. In Italia operano circa 620 Pronto soccorso e Dipartimenti di emergenza e accettazione (Dea), ai quali si aggiungono oltre 300 Spdc, per un totale di quasi mille strutture sanitarie “di frontiera”. A fronte di questo sistema risultano attivi circa 195 posti di Polizia ospedalieri, con una scopertura strutturale superiore al 68 per cento. La copertura effettiva risulta ulteriormente carente nelle ore notturne e nei fine settimana. Per area geografica, la scopertura raggiunge il 65 per cento nel Nord Italia, supera il 75 per cento al Centro e arriva fino all'85 per cento nel Sud e nelle Isole.

«Le guardie giurate svolgono un lavoro prezioso osserva De Palma - ma non dispongono degli stessi poteri operativi delle Forze dell'Ordine. Non possiamo fingere che sia la stessa cosa». Il sindacato chiede pertanto investimenti sugli organici, procedure rapide di denuncia, tutela psicologica per le vittime, rafforzamento dei presidi di sicurezza e una verifica nazionale della presenza effettiva delle Forze dell'Ordine nelle strutture più esposte. «Se un infermiere entra in turno sapendo di poter essere insultato, minacciato o aggredito – conclude - il problema non è più del singolo reparto. È dello Stato»

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