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Diabete, così il monitoraggio continuo ha cambiato la vita dei pazienti
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Redazione
A colloquio con Andrea Giaccari, diabetologo del Policlinico Gemelli di Roma e coordinatore delle Linee Guida italiane sulla terapia del diabete di tipo 2

Quando si pensa a cosa possa cambiare la gestione di una malattia, il più delle volte vengono in mente nuove cure. Nel caso del diabete, negli ultimi anni, le novità non hanno riguardato soltanto le terapie: ci sono state innovazioni tecnologiche non meno importanti, con un impatto enorme sulla vita dei pazienti. Una di queste è stato l’avvento dei dispositivi per il monitoraggio continuo della glicemia. In occasione del congresso della Società Europea di Diabetologia ne abbiamo parlato con Andrea Giaccari, diabetologo del Policlinico Gemelli di Roma e coordinatore delle Linee Guida italiane sulla terapia del diabete di tipo 2.

Per iniziare: come è cambiata concretamente la quotidianità e la gestione del diabete con il passaggio dal classico monitoraggio capillare ai sistemi di monitoraggio continuo della glicemia?

La differenza è enorme. Il monitoraggio capillare permette di ottenere la misurazione della glicemia solo in alcuni momenti della giornata. Non fa capire cosa stia veramente succedendo alla glicemia. Per non parlare della semplicità di utilizzo e, forse soprattutto, della non necessità di pungersi continuamente. Una differenza sostanziale.

Qual è il valore aggiunto della "continuità" del dato?

A parte il controllo continuativo (anche quando si dorme) il vero valore aggiunto è la possibilità di capire come reagisce il nostro corpo, la nostra glicemia, ad ogni nostro singolo atto. Non solo se mangiamo carboidrati, ma anche se facciamo attività fisica, o siamo semplicemente rilassati o tesi. In chi ha diabete, tutto può riflettersi sulla glicemia. Il dato in continuo permette di sapere momento per momento cosa succede.

Cosa consente di ottenere il monitoraggio continuo in termini di controllo della malattia?

Permette soprattutto di “autostudiarci”. Una volta montato l’automonitoraggio, possiamo capire come reagisce la glicemia ad ogni nostra azione. Molti pazienti, ad esempio, chiedono se possono mangiare questo o quell’alimento, fare un certo tipo di attività fisica o altre particolari azioni. L’automonitoraggio permette ad ogni persona con diabete di capire e studiare se stessi, con estrema facilità. Anche durante la visita con il medico, tutto diventa più facile.

E in termine di gestione delle ipoglicemie?

Per chi deve assumere farmaci che possono potenzialmente indurre ipoglicemie (sostanzialmente solo l’insulina, anche una sola volta a settimana) è uno strumento indispensabile, direi obbligatorio. L’unico vero limite della terapia insulinica è l’ipoglicemia. Prevederla permette di prevenirla. Al contrario, misurare la glicemia capillare in presenza di sintomi è, per definizione, un fallimento: l’ipoglicemia è già arrivata. Chiaro che avere la situazione “sotto controllo” permette di migliorare le proprie glicemie, sia in termini di iperglicemie che di ipoglicemie.

La disponibilità del controllo continuo ha benefici anche dal punto di vista psicologico?

Immagini di andare in autostrada, con il limite a 130 km/h. Ha fretta, ma il tachimetro non funziona. O, meglio, funziona solo saltuariamente (come il controllo con le glicemie capillari). Troppo veloce? Troppo lento? Immagini ora di avere il tachimetro che funziona. Ora tutto è sotto controllo. Va veloce, ma entro i limiti. Non si sentirebbe più sicuro?

Quali sono i pazienti per cui è indicato il monitoraggio continuo della glicemia secondo le linee guida?

Ovviamente tutti quelli che fanno insulina, ormai unico farmaco che può indurre ipoglicemie. Ma anche chi non fa insulina, e quindi non è  rischio di ipoglicemie, ma la glicata (la glicemia media degli ultimi 2 mesi) non è a target. Con il monitoraggio si può capire dove sta il problema. A digiuno? Post-prandiale? Alcuni momenti della giornata? Con la glicata non abbiamo queste informazioni, con il monitoraggio sì. E, infatti, è dimostrato che l’uso del monitoraggio è in grado di ridurre la glicata anche in pazienti che non fanno insulina. Senza aggiungere farmaci ma aggiungendo consapevolezza.

Considerata la regionalizzazione della sanità italiana, esistono disomogeneità significative tra le diverse Regioni nei criteri di accesso, rimborsabilità o nei modelli distributivi di questi dispositivi?

Esistono enormi disomogeneità. Esistono anche per molti altri fattori, come l’accesso ai farmaci. Ma per i farmaci, anche se con maggiori o minori difficoltà in funzione della regione di residenza, l’accesso deve essere garantito. Per il monitoraggio no. E questo, a mio parere, è ingiustizia regionale.

Ad oggi ci sono ancora differenze regionali nell’accesso al monitoraggio continuo del glucosio. Quale ruolo possono avere clinici, società scientifiche e istituzioni nel favorire una maggiore equità di accesso alla tecnologia per le persone che possono trarne beneficio?

Ricordare, come fanno le linee guida, che i benefici sono dimostrati. Che sono farmaco-economicamente sostenibili. Che l’uso del monitoraggio, ad esempio, riduce gli accessi in pronto soccorso ed i ricoveri. Ci vorrebbe poco.

Che soluzioni auspica per un accesso più equo di queste tecnologie?

Le regioni devono gestire il territorio e possono organizzarsi come vogliono. Ma l’accesso alle cure, ed al monitoraggio, deve essere uguali per tutti, indipendentemente dalla “residenza” regionale. Ci vuole una “presa di coscienza” nazionale, simile a come avviene per i farmaci. Il monitoraggio riduce la glicata come un farmaco. Perché dovrebbe avere una regolamentazione e, soprattutto, un diritto di accesso diverso?

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