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L'indagine
Di fronte a un arresto cardiaco meno della metà degli italiani interverrebbe
Redazione
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    Didascalia
    Immagine: Rama, CC BY-SA 2.0 FR <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/fr/deed.en>, via Wikimedia Commons
Corpo

In Italia, solo il 48% della popolazione sarebbe disposto a intervenire e, tra questi, il 52% teme che, dopo il soccorso, potrebbe vivere un forte disagio psicologico e sentire il bisogno di confrontarsi con qualcuno per elaborare l’esperienza.

A fotografare la situazione è una ricerca realizzata per l'Italian Resuscitation Council (IRC) dall’Osservatorio Opinion Leader 4 Future, Credem e Università Cattolica tra l’1 e il 7 ottobre 2025, su un campione di 800 persone rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne.

Il fenomeno emerge con maggiore intensità in alcune fasce sociali più esposte alla possibilità di trovarsi in situazioni di cura o responsabilità, come persone che hanno già assistito a un arresto cardiaco in famiglia (57%) o hanno avuto esperienza diretta di soccorso (57%). Anche molte donne (58%) e molti millennial (58%) indicano che avrebbero bisogno di parlare con qualcuno dopo aver prestato aiuto.

La stessa ricerca mostra un quadro critico anche sul fronte della preparazione tecnica: solo il 13% degli italiani conosce bene le procedure di soccorso per l’arresto cardiaco, mentre il 41% le conosce solo “a grandi linee” e il 46% non le conosce affatto.

Le difficoltà non riguardano solo cosa fare, ma anche le emozioni che possono frenare l’azione: la paura di peggiorare la situazione (56%), il timore di non essere all’altezza (42%), il panico (12%) e il timore di essere ritenuti responsabili in caso di esito negativo (15%).

«Questi dati – commenta Katya Ranzato, presidente IRC - confermano che l’insegnamento delle manovre salvavita è essenziale, ma non basta: occorre promuovere una cultura che riconosca anche l’impatto emotivo dell’arresto cardiaco. La dimensione psicologica dei soccorritori e dei sopravvissuti e delle loro famiglie deve diventare parte della catena della sopravvivenza».

Accanto alla dimensione psicologica, la ricerca mette in evidenza anche un forte limite informativo sulla presenza dei defibrillatori automatici esterni (Dae) sul territorio. Solo il 37% della popolazione ritiene infatti che vicino alla propria abitazione (entro 500 metri) sia presente un DAE, mentre uno su cinque ammette di non averci mai fatto caso. Una consapevolezza che aumenta tra giovani, persone con maggiore istruzione e chi ha già ricevuto una formazione, a conferma del ruolo decisivo dell’informazione nel rendere i dispositivi più “visibili” e quindi più utilizzabili.

Ogni anno in Europa si stimano circa 400 mila arresti cardiaci extraospedalieri, di cui 50 mila in Italia, ma solo nel 58% dei casi chi assiste interviene e appena nel 28% utilizza un defibrillatore, con una sopravvivenza media dell’8%. Ogni minuto senza intervento riduce del 10% le probabilità di sopravvivenza, rendendo ancora più chiaro come formazione, sostegno psicologico e accesso ai Dae siano elementi inscindibili nella costruzione di una popolazione davvero pronta a intervenire.

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