La legge delega sulla riforma delle professioni sanitarie «enuncia princìpi condivisibili, ma senza alcun impegno finanziario rischia di restare lettera morta e di non riuscire ad arginare la fuga dei professionisti dal Servizio sanitario nazionale (Ssn) e a rendere davvero attrattive le professioni e le specialità mediche sempre più disertate».
In questi termini si è espresso Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, nell’audizione di giovedì 23 gennaio alla Camera dei deputati sul disegno di legge per la delega al Governo in materia di professioni sanitarie.
Personale sanitario: i numeri della crisi. In Italia i medici non mancano: con 5,4 medici per 1.000 abitanti, il nostro Paese si colloca al secondo posto tra i paesi OCSE (media 3,9). «Il paradosso – osserva Cartabellotta – è che oltre 92 mila medici non lavorano nel Ssn né come dipendenti, né come convenzionati, né come medici in formazione specialistica».
Le carenze riguardano i medici di famiglia (all'1 gennaio 2024 ne mancavano oltre 5.500) e tutte le specialità meno attrattive: emergenza-urgenza, discipline di laboratorio, radioterapia, medicina nucleare, cure palliative, medicina di comunità e delle cure primarie.
- La situazione più critica riguarda però il personale infermieristico: l’Italia è al 23° posto su 31 Paesi europei dell’area OCSE, con 6,9 infermieri per 1.000 abitanti (media OCSE 9,5). «Ma soprattutto – sostiene Cartabellotta – la professione non è più attrattiva e i laureati sono sempre meno: nell’anno accademico 2025-2026 il numero di domande di accesso ai corsi di laurea in infermieristica è stato addirittura inferiore a quello dei posti disponibili».
Professioni sanitarie: poche leve concrete. «Di fronte a una crisi senza precedenti del personale sanitario», la legge delega, secondo il presidente Gimbe, «si limita a un’elencazione di princìpi molto generici, offrendo pochissime leve concrete. Il risultato è una norma sovrabbondante nella forma, ma povera nella sostanza: molte misure sono difficilmente attuabili e, soprattutto, non è previsto alcun investimento aggiuntivo».
Responsabilità professionale. La delega rafforza lo scudo penale per i professionisti sanitari e tiene conto delle criticità organizzative del Ssn per limitare la responsabilità penale e civile. Tuttavia, a parere di Cartabellotta questa impostazione presenta «criticità rilevanti legate all’evoluzione del Sistema nazionale linee guida».
Il nodo delle risorse. Nel periodo 2012-2024 la quota destinata al personale dipendente e convenzionato è scesa dal 39,7% del 2012 al 36,6% del 2024. Ipotizzando il mantenimento costante, nel periodo 2012-2024, della quota di spesa per il personale del 2012 (39,7%), in dodici anni il personale sanitario del Ssn ha complessivamente “perso” più di 33 miliardi, di cui 12,82 nel solo periodo 2020-2024. «È del tutto evidente – commenta il presidente Gimbe – che un “saccheggio” di risorse pubbliche di tale portata ha progressivamente indebolito e demotivato il capitale umano del Ssn, alimentando l’abbandono del servizio pubblico e la crescente disaffezione verso alcune professioni e specialità».
In conclusione, «senza risorse aggiuntive e vincolate al personale sanitario, la legge delega e i successivi decreti legislativi rischiano di ridursi a un intervento meramente ordinamentale – sostiene Cartabellotta - incapace di incidere sulla crisi strutturale del personale sanitario, in termini sia di attrattività delle professioni e delle specialità più disertate, sia di capacità di trattenere i professionisti nel servizio pubblico. In assenza di criteri rigorosi per la determinazione dei fabbisogni, la riforma rischia inoltre di produrre interventi disomogenei e di aggravare le diseguaglianze territoriali, anche in considerazione della legge sull’autonomia differenziata». Per il presidente Gimbe «questa riforma rappresenta un’ultima chiamata per rilanciare le politiche del personale sanitario. Se anche questa volta si interverrà senza risorse, senza scelte strutturali e senza una visione di lungo periodo, il Ssn non avrà più margini per recuperare il capitale umano perduto».
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