Scegliere la laurea infermieristica significa, nella grande maggioranza dei casi, trovare lavoro in tempi rapidi e svolgere un'attività coerente con gli studi fatti. È quanto conferma il Rapporto AlmaLaurea, basato su dati relativi all'anno 2025, che fotografa una delle lauree a più alta efficacia occupazionale in Italia.
L'analisi si basa su 11.671 neolaureati. L'età media alla laurea è di 25,2 anni, il voto medio di 103,2 su 110. Solo il 6,8% si è iscritto subito a una laurea di secondo livello, in calo rispetto all'8,9% del 2024: una tendenza legata all'attesa per l'attivazione delle nuove lauree magistrali cliniche. Il 64,5% di chi non prosegue gli studi lo fa per ragioni lavorative, a conferma dell'attrattività immediata della professione.
Il tasso di occupazione a un anno dal titolo è dell'89,1%, in crescita rispetto all'85,1% del 2024. Il tempo medio per trovare il primo impiego è di 2,4 mesi dal conseguimento della laurea abilitante, che scendono a 1,8 mesi dall'inizio della ricerca.
Soddisfazione alta
I dati raccontano non solo di un'occupazione rapida, ma di un lavoro percepito come adeguato. Il 98,2% degli occupati svolge attività coerenti con il titolo, il 97,9% dichiara la laurea efficace o molto efficace e la soddisfazione media si attesta a 8,1 su dieci. L'88,9% dichiara di utilizzare in misura elevata le competenze acquisite all'università.
Contratti, retribuzioni e qualche criticità (come il gender gap)
Il 52,4% degli occupati ha un contratto a tempo indeterminato, ma persiste una quota rilevante di precariato: il 35,8% lavora con contratti a tempo determinato. In crescita la libera professione, scelta dal 7,1% dei neolaureati tramite apertura di partita Iva.
La retribuzione mensile netta media è di 1.745 euro, in lieve aumento rispetto ai 1.724 del 2024. Emerge un divario di genere: gli uomini percepiscono in media 1.804 euro contro i 1.728 delle donne, che rappresentano il 79,1% dei neolaureati. Permangono criticità territoriali, con oltre il 30% degli occupati alla ricerca di un altro impiego tra i laureati di atenei in Calabria, Campania, Sicilia e Umbria.
Le sfide strutturali
Dietro i dati positivi si celano però dinamiche preoccupanti. Secondo il Rapporto Istat 2026, solo il 31,6% dei giovani italiani tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo universitario, contro una media europea del 44,1%. La denatalità aggrava il quadro: nel 2025 le nascite sono calate del 3,9%, toccando il minimo storico di 1,14 figli per donna. Meno giovani significa, nel medio periodo, meno professionisti sanitari disponibili.
A questo si aggiunge la fuga dei talenti: nel 2024 il saldo migratorio dei giovani laureati italiani ha registrato una perdita netta di 21 mila persone, attratte all'estero da retribuzioni più elevate e migliori opportunità professionali.
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