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DidascaliaImmagine: The Medical Futurist editors., CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons
L’intelligenza artificiale è già entrata nella sanità italiana, ma la sua diffusione procede a velocità differenti. È quanto emerge dalla nuova indagine Datanalysis 2025, presentata a Milano nel corso dell’evento “NOA: the Next-Gen Doctor”, promosso da MioDottore e condotta su 2 mila medici (1.000 medici di medicina generale, 500 specialisti ospedalieri, 500 medici di centri privati o convenzionati) e 1.000 pazienti cronici.
Tra i medici, l’83% degli specialisti e il 76% dei medici di medicina generale credono che l’intelligenza artificiale cambierà radicalmente la sanità nei prossimi cinque anni. Tuttavia, l’adozione resta rallentata dalla complessità degli strumenti e dalla carenza di competenze digitali, nonostante l’uso quotidiano di software gestionali e piattaforme digitali. Sul fronte dei pazienti, il quadro appare sorprendentemente più avanzato: il 79% utilizza già strumenti digitali (app di prenotazione, teleconsulto o dispositivi indossabili per il monitoraggio della salute) e il 61% dichiara di conoscere l’intelligenza artificiale in ambito sanitario, anche se spesso solo in modo superficiale. Più della metà (58%) si rivolge al proprio medico o centro sanitario 3-5 volte l’anno e oltre il 50% ritiene che l’AI cambierà radicalmente il modo di ricevere le cure.
La ricerca «ci consegna un quadro in rapida evoluzione – commenta Stefano Inglese, esperto di politiche sanitarie – nel quale la crescita dirompente delle tecnologie digitali e della AI è percepita per le sue straordinarie potenzialità, ma anche come un elemento di ulteriore complessità. L’alleggerimento del carico burocratico e la semplificazione delle procedure, la generazione di documentazione clinica, il controllo da remoto dei pazienti cronici, così come il supporto alle scelte decisionali, liberano tempo prezioso dei medici recuperato alla relazione di cura e alla clinica. Una opportunità per medici e cittadini – aggiunge Inglese - che tuttavia richiede, per essere colta sino in fondo, che all’innovazione tecnologica si accompagni la necessaria innovazione dei modelli organizzativi, pena il sottoutilizzo o, peggio, il rischio di vanificarne gli effetti positivi».
Dalla ricerca risulta che gli strumenti digitali più utilizzati oggi sono i software di gestione dell’agenda (32% tra i medici di medicina generale e 37% tra gli specialisti), le piattaforme digitali di comunicazione (22% e 24%) e, rispettivamente, teleconsulto (19%) e refertazione digitale (25%).
Tra i pazienti, le preoccupazioni più diffuse riguardano l’affidabilità delle diagnosi (23%), la riduzione dell’autonomia decisionale dei medici (21%) e la possibile sostituzione della figura del medico (20%). Un dato significativo è che il 55% dei pazienti accetterebbe volentieri l’uso di strumenti digitali avanzati per monitorare la propria salute, ma solo se facili da usare.
L’indagine di Datanalysis, sottolinea infine Luca Puccioni, CEO di MioDottore, «conferma come la tecnologia, se ben gestita, possa rendere la sanità più accessibile, efficiente e umana. La sfida è accompagnare il cambiamento, dotando professionisti e pazienti degli strumenti e delle competenze necessarie per governare l’intelligenza artificiale, e non subirla».
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