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DidascaliaImmagine: Jorge Barrios Riquelme, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
Di fronte a un bisogno di salute, il Servizio sanitario nazionale potrebbe non essere più percepito dai cittadini come il primo luogo naturale cui rivolgersi.
È questo il rischio principale segnalato dall'indagine che l'Istituto Piepoli ha realizzato per cento della Federazione nazionale degli ordini dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo). L’indagine, condotta su un campione di mille cittadini italiani maggiorenni nel giugno 2026, è stata presentata giovedì 9 luglio a Roma, in occasione del Convegno “Il lavoro dei medici nell’Italia custodita dalla cura”, promosso dalla stessa Fnomceo.
Dal Rapporto risulta che l'80% degli intervistati ha avuto bisogno, per sé o per un familiare, di una prestazione sanitaria negli ultimi dodici mesi. Il tempo medio di attesa dichiarato supera i due mesi (2,3). Di fronte alla necessità di ottenere una visita o un esame, il 41% degli intervistati si è rivolto a una struttura privata a pagamento, mentre il 32% ha usufruito del Servizio sanitario nazionale nei tempi previsti e il 27% attraverso il servizio pubblico, ma con tempi considerati molto lunghi. Il ricorso all'attività libero-professionale intramuraria, ossia la libera professione svolta dai medici ospedalieri nelle strutture sanitarie pubbliche al di fuori dell'orario di servizio, ha riguardato il 13% degli intervistati.
«Il dato più preoccupante - commenta Filippo Anelli, presidente della Fnomceo - non è tanto che cresca il ricorso al privato. Il problema è che, per molti cittadini, il Servizio sanitario nazionale non rappresenta più il primo pensiero quando nasce un bisogno di salute. Chi può permetterselo si rivolge direttamente al privato. Chi non può, aspetta o rinuncia. Questo non è soltanto un problema organizzativo: è un problema di fiducia delusa, di aspettative tradite, di diritti negati».
Il giudizio sulle liste d'attesa risulta ampiamente negativo: quasi sette italiani su dieci esprimono una valutazione sfavorevole, con percentuali ancora più elevate nel Mezzogiorno e nelle Isole. Le conseguenze si riflettono anche sulle scelte dei cittadini: quasi sei su dieci dichiarano di aver rinviato o rinunciato a cure e controlli a causa dei tempi di attesa, quota che sale a circa due terzi nelle Regioni meridionali e insulari.
«Questo è il punto più delicato - sostiene Anelli - perché non siamo più soltanto davanti a un problema di liste d’attesa. Siamo davanti a persone che rinviano controlli, rinunciano a prestazioni o escono dal percorso pubblico per cercare una risposta altrove. Quando il bisogno di salute non incontra una risposta tempestiva nel Servizio sanitario nazionale si crea una frattura di fiducia. E si produce una discriminazione: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia. È esattamente questo che un sistema universalistico deve evitare».
Quando i tempi risultano troppo lunghi, oltre la metà degli intervistati sceglie infatti di sostenere direttamente il costo di una prestazione privata, sia in strutture convenzionate sia non convenzionate. Il 21% preferisce attendere l'erogazione della prestazione nel Servizio sanitario nazionale, il 9% ricorre all'attività intramuraria, il 7% rinuncia alle cure, il 6% si rivolge al Pronto soccorso e il 3% cerca assistenza in un'altra Regione.
Quanto all'attività intramuraria, l'81% dei cittadini la conosce almeno per sentito dire, ma meno della metà dichiara di comprenderne realmente il funzionamento. Parallelamente, solo una quota limitata (6%) le attribuisce la responsabilità delle liste d'attesa. Per gli intervistati, la principale causa delle difficoltà di accesso alle prestazioni è invece la carenza di medici specialisti e di personale sanitario, indicata dal 42% del campione. Seguono l'organizzazione ritenuta inefficiente del sistema e l'insufficiente adeguamento delle risorse ai crescenti bisogni di cura.
«I cittadini hanno capito che il problema non si risolve cercando un capro espiatorio - sottolinea Anelli – e che le liste d’attesa dipendono prima di tutto dalla capacità di cura del sistema. E la capacità di cura dipende, a sua volta, dai professionisti: servono allora più medici, più infermieri, più professionisti sanitari, più organizzazione, più autonomia, più formazione. Non si recupera fiducia scaricando le responsabilità sui professionisti, ma mettendoli nelle condizioni di curare bene, curare nei tempi, curare tutti».
Sulle possibili soluzioni, l’opinione dei cittadini appare netta e vengono individuate nel rafforzamento del sistema pubblico. L'87% ritiene prioritario aumentare il numero di medici specialisti e operatori sanitari nel Ssn, l'84% auspica un incremento del finanziamento pubblico alla sanità e l'83% indica come priorità sia il potenziamento della sanità territoriale e della Medicina generale sia il rafforzamento dei controlli sul rispetto dei tempi di erogazione delle prestazioni.
Nonostante le criticità evidenziate, il Servizio sanitario nazionale mantiene una valutazione complessivamente positiva da parte del 52% degli intervistati, che però è in lieve calo rispetto al 54% registrato nella rilevazione del 2023. Persistono tuttavia differenze territoriali, con valutazioni meno favorevoli nelle Regioni del Sud e nelle Isole.
«Il Servizio sanitario nazionale - osserva Anelli - resta una grande infrastruttura democratica del Paese, ma non possiamo ignorare le differenze territoriali. Se il diritto alla salute cambia a seconda del luogo in cui si vive, il principio di uguaglianza rischia di indebolirsi. Il Ssn deve tornare a essere percepito da tutti, in ogni territorio, come il luogo naturale della cura».
Sul piano della fiducia, i medici continuano a rappresentare il punto di riferimento principale per i cittadini: il 72% dichiara di avere fiducia sia nei medici di famiglia sia in quelli ospedalieri del Ssn. Sensibilmente più contenuto il livello di fiducia nei confronti delle istituzioni responsabili della governance del sistema sanitario, con ministero della Salute e Regioni che si fermano entrambi al 48%.
L'indagine registra infine un ampio consenso verso la proposta contenuta nella Carta di Roma promossa dalla Fnomceo che punta a considerare la spesa sanitaria come un investimento strategico, escludendola dai vincoli del Patto di stabilità europeo. La maggioranza degli intervistati ritiene che un maggiore investimento nella sanità pubblica possa contribuire soprattutto alla riduzione delle liste d'attesa, all'incremento del personale sanitario e al rafforzamento della capacità di risposta del sistema.
La Carta di Roma commenta Anelli, «ci ha ricordato che la salute non è un costo, ma un investimento strategico. Oggi aggiungiamo un tassello ulteriore: l’investimento più importante è quello che ricostruisce la fiducia dei cittadini nel Servizio sanitario nazionale. Per questo proponiamo un Patto per la fiducia nel Ssn, fondato anche su nuovi indicatori: quanti cittadini scelgono il pubblico come primo luogo di cura, quanta domanda di salute il Ssn riesce davvero a intercettare, quanta domanda si sposta direttamente verso il privato e quanti cittadini rimandano o rinunciano a cure e controlli. E, collegato, un Piano straordinario per i professionisti della salute, non soltanto per valorizzare il loro lavoro, ma per aumentare la capacità di cura del Servizio sanitario nazionale. Perché la fiducia dei cittadini nasce dalla capacità del sistema di dare risposte tempestive, competenti e umane. E questa capacità ha il volto dei suoi professionisti. La riforma più efficace – conclude il presidente Fnomceo - non è quella in grado di ridurre di qualche giorno le liste d’attesa. La vera riforma è quella che farà tornare gli italiani a scegliere con fiducia e consapevolezza il Servizio sanitario nazionale, strumento della Repubblica per rendere effettivo il diritto costituzionale alla tutela della salute».
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