Il Servizio sanitario nazionale italiano si trova oggi di fronte a una delle sfide più complesse: da un lato una popolazione che invecchia rapidamente; dall’altro lato un numero di medici non sufficiente per rispondere ai nuovi bisogni di salute.
A tratteggiare un “nuovo” quadro della situazione della sanità pubblica italiana, e in particolare del personale medico, è GAPMED, provider di servizi e soluzioni tecnologiche per il settore healthcare.
I numeri raccontano un cambiamento profondo: in quarant’anni la quota di over 65 è raddoppiata e quella degli over 80 è triplicata. Una trasformazione demografica che aumenta la domanda di cure, spesso complesse e continuative.
Eppure, se sulla carta l’Italia non sembra avere pochi medici (oltre 315 mila, secondo i dati OCSE) il problema emerge guardando al cuore del sistema pubblico. I professionisti che lavorano nel Ssn sono poco più di 209 mila e mancano all’appello circa 16.500 medici rispetto al fabbisogno stimato. Il quadro rischia di peggiorare: entro il 2038 potrebbero andare in pensione fino a 39 mila camici bianchi, con un picco di uscite tra il 2029 e il 2033.
Le difficoltà, secondo Gapmed, iniziano già nella formazione. Nonostante l’aumento dei posti a Medicina e chirurgia, molte Scuole di specializzazione continuano a restare parzialmente vuote. Discipline fondamentali come Medicina d’emergenza, Chirurgia generale, Cure palliative o Microbiologia faticano ad attrarre giovani medici. Non basta quindi formare più studenti: serve orientare le scelte verso le specializzazioni e i contesti dove la carenza è maggiore.
A pesare è anche l’eredità delle politiche di contenimento della spesa. Tra il 2012 e il 2018 il Ssn ha perso quasi 25 mila addetti e ancora oggi il turnover è frenato da tetti di spesa che non sempre tengono conto dei pensionamenti. Le disuguaglianze territoriali amplificano il problema: Regioni come Lazio, Campania e Sicilia hanno meno personale per abitante rispetto alla media nazionale, mentre alcune aree del Nord beneficiano di assetti più flessibili.
A tutto questo si aggiunge la “fuga” verso l’estero. Dal 2000 al 2022 circa 131 mila medici italiani hanno scelto di lavorare fuori dal Paese, attratti da migliori condizioni economiche e professionali. Una perdita che rende ancora più difficile programmare il futuro.
Le risposte non mancano, almeno sul piano normativo. La riforma delle professioni sanitarie e le misure previste per superare il tetto di spesa sul personale puntano a rendere il Ssn più attrattivo e sostenibile. Ma la sfida resta aperta: valorizzare i professionisti, pianificare in base ai bisogni reali e garantire cure di qualità in un Paese che cambia rapidamente. Il tempo, in questo caso, è una risorsa preziosa quanto i medici stessi.
«Le misure introdotte per ampliare l’accesso ai corsi di Medicina rappresentano un tentativo di affrontare il problema – sostiene Giacomo Baldi, medico anestesista, fondatore e CEO di Gapmed - ma per rispondere davvero ai bisogni del Ssn è necessario non tanto intervenire sulla formazione, bensì sugli strumenti atti a rendere la professione più attrattiva e sostenibile nel tempo. Possiamo intervenire in modo concreto valorizzando i medici, ma anche gli infermieri e le professioni assistenziali, fondamentali per garantire continuità di cura».
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