Otto medici su dieci prevedono l’integrazione del digitale nel sistema sanitario entro tre anni, ma solo il 12% di loro usa l’Intelligenza artificiale. Uno su due ritiene che l’uso delle tecnologie digitali migliori le cure. Quasi uno su tre, però, lamenta problemi tecnici e di resistenza al cambiamento.
Sono alcuni risultati dell'indagine sullo stato della “salute digitale” percepito dai professionisti della salute (HCP), presentati mercoledì 10 dicembre al ministero della Salute. La ricerca è stata commissionata dal Forum nazionale della salute digitale (FoNSaD), think tank di esperti che si propone come spazio di confronto con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di soluzioni digitali innovative e sicure, in linea con la legislazione nazionale ed europea per contribuire a una sanità più efficiente, accessibile e tecnologicamente avanzata a beneficio dei pazienti.
La trasformazione digitale, ha sostenuto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, in apertura dell'incontro, «è una delle sfide più importanti che siamo impegnati a vincere per modernizzare la nostra sanità, per costruire un sistema più sostenibile e per garantire un accesso sempre più equo ai servizi sanitari». I dati della survey, ha commentato il ministro, mostrano «un forte interessamento dei professionisti sanitari verso l’uso delle nuove tecnologie, ma dicono anche che per molti di loro rappresenta un terreno nuovo. È qui che dobbiamo intervenire».
Su un campione di 1.144 partecipanti alla survey (26% medici di medicina generale e 74% specialisti, distribuiti su tutto il territorio nazionale) emerge come sia i medici di famiglia sia gli specialisti ritengano di avere un livello di informazione limitato riguardo all’innovazione digitale (46% Mmg e 40% specialisti). Tra gli strumenti digitali più utilizzati spiccano la telemedicina e la gestione dei dati, mentre rimane ancora poco utilizzata l’Intelligenza artificiale (12% Mmg e 9% specialisti). Sono i medici di famiglia in particolare a riconoscere nel digitale un alleato “abbastanza” importante per le cure e, sebbene nell’insieme vi sia un numero elevato di HCP (circa il 70%) con buona predisposizione verso il digitale, risultano evidenti alcune difficoltà da superare.
«Commissionare questa indagine è stato fondamentale – assicura Giuseppe Petrella, presidente dell'Irccs CROB - perché ci restituisce oggi una fotografia reale dello stato dell’arte, ci mostra con chiarezza quanto lavoro abbiamo ancora davanti e, soprattutto, quanto sia urgente prepararci alla rivoluzione che la sanità sta già vivendo. L’Intelligenza artificiale, in particolare, rappresenta una delle sfide più rilevanti – sostiene – e dobbiamo assumerci, anche come FoNSaD, la responsabilità di accompagnarne lo sviluppo comprendendo al tempo stesso i potenziali rischi e le ricadute negative. Il Forum, grazie alle competenze dei membri del board, si pone l’obiettivo di sollevare temi, criticità e opportunità da portare all’attenzione degli stakeholder istituzionali, affinché la transizione digitale in sanità sia guidata da un dialogo condiviso, consapevole e sostenibile».
Tra le cause principali che ostacolano l’adozione delle prassi digitali nella pratica clinica, la survey rileva un ruolo importante della resistenza al cambiamento sia da parte dei colleghi sia dei pazienti (29% Mmg e 14% specialisti).
L’elemento sul quale si concentra però la maggiore criticità rimane, per il 75% degli HCP che si dichiarano interessati al digitale, l’esigenza di una maggior informazione e supporto, tema che rimane una sfida aperta in particolare per i medici di famiglia, così come difficoltà tecniche quali problemi di connessione, di infrastrutture e di software (37% specialisti, 14% Mmg).
In sintesi, di fronte all’aspettativa degli HCP che auspicano un maggior utilizzo del digitale e pensano (80%) che nell’arco dei prossimi tre anni sarà parte della pratica clinica, si evidenzia una mancanza di formazione e quindi di impossibilità a utilizzarlo. Infine, sebbene nella condivisione di necessità comuni come una maggiore informazione, medici di famiglia e specialisti presentano problemi differenti che richiedono azioni diverse; per i primi, che manifestano una maggior resistenza al cambiamento, servirebbe più attività di educazione e semplificazione. Per gli specialisti, invece, servirebbe di più lavorare sull’elemento “tecnico”, ovvero software adeguati e flussi definiti.
Tutti, comunque, vedono ancora l’Intelligenza artificiale come qualcosa di “astratto” scarsamente utilizzata e non come strumento clinico che potrebbe essere di grande utilità in ambito di workflow clinici, triage, e di predittività.
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