Solo il 40% delle donne che vivono con un tumore al seno si sente pienamente informato sulla malattia. Appena la metà afferma di conoscere dettagliatamente i benefici delle terapie e i loro effetti collaterali. Empatia e ascolto restano fragili nel percorso di cura: l’oncologo è percepito come competente e disponibile, ma solo il 17% lo definisce empatico o chiaro e una donna su cinque lo percepisce sbrigativo. Il supporto è soprattutto familiare: per sette pazienti su dieci la famiglia e il partner rappresentano i principali punti di riferimento e di sostegno emotivo nel percorso di cura, mentre medici di medicina generale e psico-oncologi restano marginali.
Sono alcuni dati che emergono da una survey condotta su 168 pazienti con tumore al seno, realizzata da IQVIA Italia e promossa da Europa Donna Italia. L’indagine è stata presentata in anteprima il 28 settembre durante il corso di formazione universitario “Laudato Medico Young – Comunicare è curare”.
Sei donne su dieci dichiarano di essere soddisfatte della comunicazione con il proprio medico in tutte le fasi della malattia e delle cure. Quello che manca sono le indicazioni e il supporto pratico soprattutto su aspetti legati alla quotidianità ritenuti importanti, come la sessualità, l’alimentazione, il benessere psicologico, la gestione degli effetti collaterali nel quotidiano.
«Sappiamo bene, dall’ascolto delle pazienti, che la capacità relazionale, la chiarezza nella comunicazione e l’empatia del medico non sono aspetti secondari nel percorso di cura» sottolinea Rosanna D’Antona, presidente di Europa Donna Italia. L'obiettivo della survey, precisa, è «trasformare le evidenze emerse in una conoscenza concreta, capace di orientare il cambiamento con azioni mirate di formazione e sensibilizzazione».
I dati della survey evidenziano che le donne si fidano dei medici, ma nei momenti che contano si sentono sole. Una paziente su tre chiede maggiore empatia e un linguaggio più chiaro e accessibile, il 24% una migliore presa in carico emotiva e psicologica e il 21% più informazioni sulle opzioni di cura, mentre il 16% vorrebbe più tempo durante le visite e una comunicazione meno sbrigativa.
«Comunicare con una donna che riceve una diagnosi di tumore al seno significa saper ascoltare non solo ciò che viene detto, ma anche ciò che fatica a essere espresso» sostiene Paolo Guiddi, psico-oncologo dell’Istituto europeo di oncologia e del Dipartimento di Oncologia e onco-ematologia dell’Università di Milano. «Compito del medico è quindi anche creare uno spazio in cui questi bisogni possano emergere – prosegue - senza dare per scontato che ciò che non viene detto non sia importante» e «in questo senso -conclude - comunicare non è qualcosa che si aggiunge alla cura: è parte della cura».
