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L’indagine
L’ictus può compromettere la carriera dei giovani: il 25% è costretto a lasciare il lavoro
Redazione
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In 9 casi su 10 chi ha avuto un ictus in età lavorativa ha dovuto modificare gli impegni di lavoro, riducendo l’orario o rinunciando del tutto ad alcune o a tutte le attività professionali. È uno dei risultati dell’indagine condotta dalla società di ricerche di mercato britannica Censuswide su su oltre 500 pazienti nel Regno Unito, Spagna, Francia, Italia e Germania e resa nota da Ipsen. 

In particolare, i dati della ricerca mostrano che i giovani tra i 30 e 44 anni sono quelli che sperimentano l’impatto negativo maggiore sulla carriera: circa 1 persona su 3 (34%) ha dichiarato di aver ridotto il proprio orario di lavoro e 1 su 4 (25%) è stata costretta ad abbandonare del tutto il lavoro.

Lo studio evidenzia, inoltre, l’impatto che l’ictus ha sulla vita lavorativa dei familiari del paziente. In Italia, in particolare, il 35 per cento dei famigliari ha dovuto assentarsi dal lavoro per prendersi cura del congiunto, e il 12 per cento ha dovuto rinunciare al lavoro per più di un anno. 

Restando in Italia: la metà delle persone intervistate (49%) spera in un miglioramento della mobilità, e il 48 per cento vuole prevenire un altro evento, il 36 per cento desidera un miglioramento della funzione cognitiva, il 29 per cento la riduzione del dolore e il 23 per cento il miglioramento del linguaggio. 

Per quanto riguarda l’informazione ricevuta dagli specialisti, in particolare sul deterioramento cognitivo come conseguenza a lungo termine di un ictus, circa il 30 per cento degli intervistati in Italia ha dichiarato che l’informazione è arrivata nel corso di visite di follow-up.

«Questa indagine europea mostra la necessità di un maggiore coordinamento dei vari soggetti coinvolti nella fase post-ictus per assicurare la massima tempestività nell’intervento e nei trattamenti riabilitativi. Ipsen da oltre trent’anni è impegnata su questo fronte con una terapia mirata per il trattamento della spasticità post-ictus, una condizione che ancora oggi, solo nel nostro Paese, colpisce oltre il 30% di coloro che hanno superato la fase acuta», afferma Paola Mazzanti, Direttore Medico di Ipsen Italia.

Ogni anno, in Italia, sono 100mila le persone colpite da ictus. Di loro, 45mila riportano disturbi neurologici spesso invalidanti, come la spasticità. I trattamenti riabilitativi, soprattutto se intrapresi precocemente, permettono il ripristino di molte delle funzionalità compromesse e il recupero di una buona qualità di vita. Ad oggi, solo il 18 per cento dei pazienti che sopravvivono ad un ictus riceve una diagnosi di spasticità e soltanto 5mila di essi beneficiano del corretto trattamento.

«Nel nostro Paese oltre 900 mila persone portano gli effetti invalidanti dell’ictus. La Giornata internazionale delle persone con disabilità, celebrata domenica 3 dicembre, e l’indagine promossa da Ipsen, sono utili per aumentare l’informazione su questa malattia e le sue conseguenze oltre che per sollecitare una più stretta comunicazione tra i medici, gli stessi pazienti e i parenti, sapendo che la tempestività dell’intervento e il giusto trattamento possono migliorare molto la qualità della vita di chi sopravvive all’ictus», ha dichiarato Nicoletta Reale, Past President dell’associazione A.L.I.Ce. Italia O.D.V., Associazione per la lotta all’ictus cerebrale. 

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