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DidascaliaIl ministro della Salute Orazio Schillaci durante la conferenza stampa in cui ha illustrato i provvedimenti contro le liste d'attesa
Una riforma profonda della medicina generale per rendere operative le Case della Comunità e rafforzare la sanità territoriale, ma anche un fronte di tensione crescente con i medici di famiglia. È il doppio binario su cui si muove la bozza di decreto-legge presentata dal ministro della Salute Orazio Schillaci alla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome.
Il provvedimento interviene sull’assistenza primaria mantenendo la convenzione come canale ordinario di rapporto tra medici di famiglia e Istituzioni (in primis le Regioni), ma introducendo nuovi obblighi organizzativi e un sistema “ibrido” che prevede, accanto alla convenzione riformata, anche una dipendenza selettiva per alcune funzioni territoriali più strutturate.
L’obiettivo dichiarato dal ministero è quello di dare piena operatività alle Case della Comunità, considerate il perno del nuovo modello di sanità territoriale. «Fare presto per dare agli italiani una sanità più efficiente e vicina ai cittadini, soprattutto ai più fragili», ha affermato Schillaci in una nota, parlando di «svolta» e di «profonda innovazione» del Servizio sanitario nazionale.
Il testo è ancora in fase di confronto. Le Regioni di centrosinistra hanno chiesto di poter esaminare l’articolato completo, mentre un nuovo incontro è stato fissato nei prossimi giorni. Solo successivamente si valuterà l’approdo in Consiglio dei ministri.
A difendere il metodo e il merito dell’impostazione è Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, che ha parlato di «un confronto positivo e costruttivo» su un tema considerato strategico alla luce della chiusura del Piano nazionale di ripresa e resilienza. «Apprezziamo il dialogo aperto e ci rendiamo disponibili a dare il nostro contributo», ha aggiunto, sottolineando la necessità di «rafforzare i servizi di salute per i cittadini».
Ma è sul fronte sindacale che il confronto si accende con maggiore intensità. La Federazione Italiana Medici di Medicina Generale boccia senza mezzi termini lo schema di decreto, definendolo «un provvedimento mai discusso con le categorie, inattuabile e pericoloso per i pazienti».
Nel mirino del sindacato, in particolare, il cosiddetto “doppio canale” che introduce la dipendenza pubblica selettiva per una parte dei medici di famiglia. «Questo decreto non è mai stato presentato alle organizzazioni sindacali di categoria», denuncia la FIMMG, «ed è inaccettabile che una riforma di questa portata venga elaborata nell’oscurità del mancato confronto istituzionale».
Le critiche si concentrano su due nodi ritenuti strutturali. Il primo riguarda l’accesso alla futura dipendenza: la bozza prevede infatti il possesso della specializzazione in medicina generale come requisito, scelta che secondo il sindacato rischia di escludere una parte consistente della categoria oggi in servizio. Il secondo riguarda l’impatto sui medici più giovani, molti dei quali già inseriti nella medicina territoriale senza specializzazione, soprattutto nelle aree con maggiore carenza di personale.
«Chi governa questo decreto ha costruito una norma che incentiva i giovani medici ad andarsene adesso», denuncia la FIMMG, «e poi si chiede perché nessuno voglia fare il medico di famiglia».
Secondo il sindacato, il rischio immediato sarebbe un ulteriore indebolimento della medicina territoriale, con effetti diretti sull’assistenza ai cittadini. «Il cittadino perderà il suo medico di famiglia e troverà uno sportello sanitario anonimo», afferma la FIMMG, che parla di «modello del supermercato della salute: inefficiente, impersonale, incapace di gestire la complessità dei malati cronici».
Le conseguenze, sempre secondo FIMMG, potrebbero tradursi in un aumento degli accessi impropri ai pronto soccorso, in un peggioramento della presa in carico dei pazienti cronici e in un ulteriore squilibrio territoriale tra aree già oggi fragili e territori più strutturati.
Non meno critica la posizione sul metodo. Il sindacato contesta l’assenza di un confronto preventivo e chiede una sospensione dell’iter. «È un provvedimento mai discusso con le categorie e pericoloso per i pazienti», ribadisce la FIMMG, che sollecita un intervento diretto della presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni per fermare il processo e riaprire il dialogo.
Sul piano tecnico, la bozza del decreto ridisegna l’architettura della medicina generale introducendo nuovi obblighi organizzativi: presenza nelle Case della Comunità, utilizzo di sistemi informativi interoperabili, presa in carico strutturata dei pazienti cronici, lavoro multiprofessionale e sistemi di monitoraggio. Le Case della Comunità diventano così il fulcro operativo della riforma.
Il testo prevede inoltre una fase transitoria e un’applicazione progressiva, con un cronoprogramma che si estende fino a 180 giorni dall’avvio. Le Regioni assumono un ruolo centrale nella definizione del fabbisogno territoriale e nella programmazione delle nuove funzioni.
Ma mentre il Governo punta a rendere più strutturata e misurabile la sanità territoriale, il confronto con i medici di famiglia si annuncia come uno dei principali nodi politici della riforma. La FIMMG, in particolare, appare determinata a contrastare un impianto che, secondo la sua lettura, rischierebbe di trasformare profondamente il ruolo del medico di medicina generale, indebolendo il rapporto fiduciario con i cittadini e la continuità assistenziale.
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