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DidascaliaImmagine: hairymuseummatt (original photo), DrMikeBaxter (derivative work), CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons
Le pietre appuntite a forma di foglia del sito rupestre di Ranis-Ilsenhöhle in Germania risalenti a 45mila anni fa sono molto probabilmente opera di Homo Sapiens e non dei Neanderthal come ritenuto finora. Sì perché in quell’epoca i nostri antenati erano già presenti nell’Europa del Nord dove hanno convissuto per migliaia di anni con i Neanderthal prima che questi ultimi si estinguessero. Lo dimostrano tre studi pubblicati sulle tre riviste Nature, Nature Ecology e Evolution che, oltre a stabilire la paternità del “brevetto” della tecnologia paleolitica impiegata per la caccia caccia, ridisegnano i rapporti tra le due specie di ominidi (sapiens e neanderthalensis) retrodatando la presenza dell’uomo moderno nell’Europa settentrionale.
«Homo sapiens ha creato questa tecnologia, e Homo sapiens si trovava così a nord in quel periodo di tempo, ovvero 45.000 anni fa. I membri di quella comunità sono tra i primi Homo sapiens ad arrivare in Europa», ha detto Elena Zavala, tra gli autori dell'articolo su Nature e Miller Research Fellow presso l'Università della California, Berkeley.
I tre studi si basano sull’analisi genetica di migliaia di frammenti di ossa umane riportati alla luce nei nuovi scavi condotti a Ranis tra il 2016 e il 2022 e sulla datazione archeologica al radiocarbonio di altri resti rinvenuti nel sito. I ricercatori hanno utilizzato tecniche speciali per isolare e sequenziare il DNA mitocondriale (mtDNA) ereditato esclusivamente dalla madre.
Le ossa umane sono state identificate grazie all’analisi delle proteine contenute nei reperti.
«Abbiamo avuto la conferma che i frammenti scheletrici appartenevano a Homo sapiens. È interessante notare che frammenti diversi condividevano le stesse sequenze di DNA mitocondriale, anche quando provenivano da scavi diversi. Ciò indica che i frammenti appartenevano allo stesso individuo o ai suoi parenti materni e che questi nuovi ritrovamenti sono collegati a quelli di decenni fa», commenta Zavala.
Oltre all’analisi genetica, i ricercatori hanno effettuato anche la datazione al radiocarbonio delle ossa umane e di animali provenienti da diversi strati del sito. I risultati indicano la presenza in quella zona di vari animali, renne, orsi, cavalli, rinoceronti lanosi, tipici di paesaggi steppici con temperature basse, analoghi a quelli che si trovano attualmente in Siberia o nella Scandinavia settentrionale.
I primi gruppi di Homo sapiens avevano quindi acquisito la capacità di adattarsi a condizioni climatiche particolarmente rigide.
«L’analisi zooarcheologica mostra che la grotta di Ranis veniva utilizzata in modo intermittente da iene, orsi delle caverne in letargo e piccoli gruppi di esseri umani. Mentre gli umani usavano la grotta solo per brevi periodi di tempo, e consumavano carne di grandi mammiferi», spiega Geoff Smith della University of Kent e del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology.
I tre studi forniscono informazioni fondamentali sulle prime incursioni dell'Homo sapiens in Europa.
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