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L’Europa non attraversa una crisi di capacità scientifica, ma sta perdendo terreno nell’attrazione e attivazione delle sperimentazioni cliniche oncologiche, soprattutto di quelle promosse dall’industria e dedicate alle prime fasi di sviluppo dei medicinali.
In sintesi, è questo il posizionamento del Vecchio Continente nel quadro della ricerca farmaceutica, così come delineato all’Annual Meeting di Alleanza contro il cancro, organizzato in collaborazione con la Fondazione Pascale dal 10 al 12 settembre a Napoli. A descriverlo è stato, tra gli altri, Giuseppe Curigliano, direttore della Divisione Sviluppo di nuovi farmaci per terapie innovative dello Ieo (Istituto associato ad Acc) e professore di Oncologia medica all’Università di Milano.
Gli studi oncologici sostenuti dall’industria e compresi tra la fase I e la fase III sono circa 21 mila in Nord America e 12 mila sia in Europa sia in Asia. La distanza è ancora più marcata nelle sperimentazioni aperte al reclutamento: 5.200 negli Stati Uniti, 5.300 in Asia e 3 mila nel Continente europeo.
«Non è che i trial non ci siano – sottolinea Curigliano, che è anche presidente eletto della Società europea di oncologia medica (ESMO) - ma ci sono meno centri attivi». Le multinazionali del farmaco tendono infatti a concentrare le sperimentazioni in un numero più ristretto di strutture e a coinvolgere meno i Centri europei nello sviluppo iniziale delle nuove molecole. La riduzione interessa soprattutto gli studi di fase I.
Sul versante accademico, grazie anche agli investimenti dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e dall'Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), nel nostro Paese gli studi accademici e registrativi aperti al reclutamento sono complessivamente 495. Siamo comunque dietro a Spagna (708), Francia (635) e Regno Unito (520).
Più confortanti appaiono i dati sulla produzione scientifica continentale: secondo gli indicatori sulla qualità delle pubblicazioni censite dal Nature Index all’H-index elaborato da SCImago Oncology, la ricerca europea mantiene un impatto elevato e competitivo rispetto a Stati Uniti e Asia. Il Regno Unito occupa la prima posizione nel Continente, seguito da Spagna e Germania, mentre Italia e Francia seguono a pari merito.
«Non è affatto vero che vi sia una crisi dell’innovazione in Europa: la ricerca europea è ancora valida e innovativa» sostiene Curigliano. Il problema riguarda piuttosto la capacità di trasformare la qualità scientifica in sperimentazioni, sviluppo industriale e accesso tempestivo alle terapie. Su quest'ultimo aspetto, l'oncologo ricorda la scelta di alcune aziende di commercializzare nuovi medicinali prima negli Stati Uniti, rinviandone l’introduzione in Europa anche di uno o due anni, e di adottare programmi di accesso anticipato riservati ai soli pazienti statunitensi: una limitazione «non eticamente sostenibile».
Nel settore della ricerca e sviluppo dei farmaci, da alcuni anni si è affacciato prepotentemente un nuovo player: la Cina. Il Paese ha accelerato attraverso incentivi, investimenti nelle biotecnologie e un impiego esteso dell’intelligenza artificiale. Da produttore di farmaci simili a quelli già disponibili, la Cina punta ora a diventare un centro globale dell’innovazione, sviluppando nuove molecole nelle fasi precliniche e nei primi studi sull’uomo per poi affidarne le fasi successive a partner internazionali.
In questo quadro globale, l’Europa conserva ancora qualche punto di forza su cui potrebbe puntare: la reputazione dei Centri oncologici, la qualità della ricerca, l’approccio multidisciplinare, i laboratori e le reti di collaborazione. Sull'altro piatto della bilancia, però, vi sono costi elevati, vincoli burocratici, frammentazione, difficoltà nell’attrarre professionisti e percorsi di carriera non sempre definiti.
Per Curigliano servono allora risposte coordinate a livello europeo, accompagnate da interventi nazionali: maggiori investimenti in ricerca e sviluppo, laboratori, infrastrutture accessibili per i dati e formazione delle nuove figure professionali: «Se non realizziamo investimenti strategici in ricerca e sviluppo - avverte infine - il rischio è di dover comprare tutto».
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