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Epatiti, per raggiungere gli obiettivi Oms 2030 gli screening devono accelerare
Redazione
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Abbattere le barriere finanziarie, sociali e sistemiche, inclusa la stigmatizzazione, che ostacolano l'eliminazione delle epatiti virali e la prevenzione dei casi di tumore al fegato causati da queste infezioni. È questo il senso di "Hepatitis: Let’s Break It Down", il messaggio scelto dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l’edizione 2025 della giornata di sensibilizzazione su queste infezioni che si celebra ogni anno il 28 luglio. Si stima che ogni anno le epatiti virali causino circa 1,3 milioni di morti nel mondo.

L’Italia è uno dei pochi Paesi al mondo che ha stanziato un fondo dedicato allo screening gratuito dell’infezione da Hcv (il virus dell’epatite C): al 30 giugno 2024 sono state testate oltre 2 milioni di persone e rilevate quasi 15 mila infezioni attive da epatite C. Solo il 12% della popolazione generale target ha effettuato il test dell’epatite C di primo livello. Tra le Regioni che a oggi hanno attivato lo screening la copertura più alta (40,3% della popolazione target) è stata riscontrata in Emilia-Romagna. Rimangono quindi ancora ampie fasce di popolazione, soprattutto quelle più fragili o che hanno difficoltà a essere raggiunte dal Servizio sanitario nazionale o ancora quelle dove si stima una più alta prevalenza di infezione.

«Un focus particolare va fatto sullo screening per l’epatite C, capace di individuare questa infezione asintomatica che dovrebbe essere curata precocemente così riducendo le possibilità di trasmissione del virus e la progressione della malattia» raccomanda Antonio Gasbarrini, professore di Medicina interna dell'Università Cattolica e direttore scientifico del Policlinico Gemelli di Roma. «In Italia si stimano ancora oltre 300 mila persone infette da epatite C – ricorda - asintomatiche e pertanto non diagnosticate. Uno screening allargato della popolazione generale sull’epatite C porterebbe a una riduzione in dieci anni di circa 5.600 decessi, 3.500 epatocarcinomi e/o oltre 3 mila scompensi epatici, rispetto a uno screening meno efficiente o semplicemente a una diagnosi tardiva».

Nell’ottica di allargare lo screening e di raggiungere alcune di queste popolazioni è nato il progetto “Test in the city”, promosso da Gilead Sciences in collaborazione con la Rete Fast Track Cities italiane e Relab, che a oggi coinvolge 14 città ed è rivolta alle popolazioni migranti e a persone che utilizzano sostanze. Grazie al progetto sono stati eseguiti finora circa 4 mila test per Hiv, Hcv e Hbv. Il 2,48% circa delle persone testate è risultato positivo a una o più infezioni; le persone testate per circa il 60% avevano un’età compresa tra i 20 e i 40 anni e per quasi i due terzi erano di sesso maschile. Nei casi di positività, le persone sono state accompagnate a un Centro di cura per effettuare un esame più specifico e, una volta confermato l’esito, in quasi tutti i casi è stato attivato un percorso di presa in carico. Per coloro che sono risultati positivi all’Hbv sono stati effettuati o si stanno tutt’ora effettuando test per l’Hdv. 

Grazie al finanziamento della campagna di screening, l'Italia è stata uno dei primi Paesi a pianificare una strategia per raggiungere l’obiettivo di eradicare l’infezione entro il 2030 secondo quanto indicato dall’Oms. «Ma data la situazione attuale è impensabile raggiungerlo» avverte Stefano Fagiuoli, direttore dell’Unità di Gastroenterologia, epatologia e trapiantologia dell’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo e professore di Gastroenterologia all’Università Milano Bicocca. «È evidente che si deve fare di più: sappiamo che nei Serd e nelle carceri la prevalenza è maggiore – aggiunge - ed è quindi lì che dobbiamo continuare ad effettuare i test e ad estenderli su tutto il territorio nazionale. È però importante anche favorire i test opportunistici negli ospedali, proponendo il test ai pazienti ricoverati anche in reparti diversi dalla gastroenterologia o dall’infettivologia o ancora coinvolgere i medici di medicina generale per capire quanti dei loro assistiti hanno aderito allo screening e proporlo a quelli che non hanno ancora aderito o non hanno mai effettuato il test».

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