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DidascaliaImmagine: Ian Furst, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
Uno o più farmaci tutti i giorni per tutta la vita, controlli periodici per aggiustare il tiro della terapia modificando ad hoc i dosaggi e la combinazione dei medicinali. A volte va meglio, a volte va peggio. L’obiettivo non è la guarigione ma la gestione dei sintomi. È tutto chiaro sin da subito: chi è affetto da una malattia autoimmune non ha altra alternativa possibile se non quella di sperare di tenere a bada le stranezze del sistema immunitario. Almeno finora è stato così. Ma i risultati di un nuovo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine potrebbero segnare una svolta: i benefici della terapia Car-T applicata alle malattie autoimmuni sono talmente evidenti che i ricercatori sembrano tentati di usare il termine “cura” per definire la prolungata assenza di malattia che hanno osservato, come se mancasse davvero poco per poter parlare di guarigione.
Va specificato però che la terapia cellulare, anche nel caso in cui si rivelasse risolutiva, è complessa e costosa e se mai dovesse essere approvata probabilmente verrebbe indicata, almeno in un primo tempo, solo per i casi più gravi. Inoltre, sottoporsi alla terapia Car-T non è una passeggiata. Prima dell’infusione delle cellule potenziate, i pazienti vengono sottoposti a chemioterapia per permettere al sistema immunitario di avere una ripartenza più efficace.
Non a caso i partecipanti alla sperimentazione erano affetti da forme molto aggressive di malattie autoimmuni che coinvolgevano almeno due organi e che non rispondevano ai trattamenti disponibili: si tratta di 15 pazienti, 8 con lupus, 4 con sclerosi sistemica (malattia del tessuto connettivo) e 3 con miosite infiammatoria idiopatica, una rara malattia dei muscoli.
Con una sola infusione delle cellule immunitarie prelevate dal paziente e riprogrammate per colpire le cellule B, responsabili dell’attacco autoimmune, si è riusciti a eliminare del tutto o a ridurre notevolmente i sintomi e i biomarcatori della malattia. Nel gruppo dei pazienti con lupus non c’è stata alcuna recidiva nei due anni di follow-up. Le persone con miosite e sclerosi sistemica seguite per un periodo di tre-sei mesi hanno sperimentato una significativa riduzione dei sintomi.
Ancora non è chiaro come mai la Car-T funzioni meglio degli anticorpi monoclonali che agiscono prendendo di mira le stesse cellule B. Potrebbe darsi, ipotizzano i ricercatori, che le cellule Car-T siano più abili a infiltrarsi in profondità nei tessuti rispetto agli anticorpi monoclonali che invece si limitano a colpire bersagli più in vista.
Inoltre le Car-T usate dal team tedesco autore dello studio sono dotate di una proteina (CD20) che prende di mira le cellule B diversa da quella usata dagli anticorpi monoclonali (CD19). E questa differenza potrebbe spiegare la maggiore efficacia delle Car-T.
I ricercatori hanno osservato, in aggiunta, che la terapia con le Car-T non fa perdere ai pazienti l’immunità verso le malattie infettive per le quali erano stati vaccinati.
«In questa serie di casi, la terapia Car-T CD19 è apparsa fattibile, sicura ed efficace in tre differenti malattie autoimmuni. Fornendo così la giustificazione scientifica per ulteriori sperimentazioni», scrivono nelle conclusioni i ricercatori che hanno già avviato un trial clinico di fase 1/2 reclutando altri 24 pazienti che saranno seguiti per un periodo più lungo. Si potrà così scoprire se le Car-T possono liberare i pazienti dai sintomi per un periodo di almeno tre anni sufficiente, secondo i ricercatori, per parlare di guarigione.
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