Lo studio
Neuroblastoma nei bambini, progressi per Car-T con cellule da donatore compatibile
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Redazione
Locatelli: «Questi risultati rappresentano una svolta importante. Si può offrire il trattamento con cellule Cart-T anche a quei pazienti che per la pregressa storia non potrebbero beneficiarne o che hanno già fallito il trattamento con le cellule Car-T autologhe»

Poco meno di un anno fa i ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma avevano annunciato i risultati di una sperimentazione in cui un gruppo di bambini e ragazzi affetti da neuroblastoma, il più frequente tumore solido - oltre a quelli cerebrali - che colpisce i bambini, era riuscito a controllare la malattia e in alcuni casi a spegnerla per periodi molto lunghi grazie all’utilizzo di cellule Car-T. Si tratta di cellule ottenute utilizzando cellule immunitarie (nello specifico, i linfociti T) modificate geneticamente per riconoscere le cellule tumorali attraverso un ‘bersaglio’ presente sulla superficie (denominato GD2) e, in tal modo, ucciderle selettivamente. 

In quel caso erano stati utilizzati i linfociti degli stessi pazienti. Tuttavia, non tutti i malati dispongono di una riserva di linfociti T sufficientemente ‘in forze’ da dimostrarsi poi efficaci una volta modificati. Da qui l’idea di utilizzare quelle da donatore compatibile. Sulla carta, spiega Franco Locatelli, responsabile del Centro studi clinici oncoematologici e terapie cellulari del Bambino Gesù, «le cellule Car-T allogeniche svolgono un'attività antitumorale anche superiore rispetto alle Car-T autologhe poiché i linfociti da cui sono generate provengono da soggetti mai precedentemente esposti a trattamenti chemioterapici che influiscono anche sullo stato di salute dei linfociti». 

Bisognava però verificare questa ipotesi, per assicurarsi sia dell’efficacia sia della loro sicurezza. È quanto è avvenuto in una nuova sperimentazione i cui dati sono stati recentemente pubblicati sulla rivista Nature Medicine

La sperimentazione ha testato questa strategie in 5 pazienti dai 4 agli 11 anni con forme di neuroblastoma refrattarie ai trattamenti o recidivanti. Due di loro erano già stati sottoposti a trattamento con Car-T con cellule autologhe. 

Il nuovo trattamento ha mostrato di essere in grado di contrastare efficacemente il tumore. Tre pazienti hanno infatti ottenuto una remissione completa, cioè la scomparsa dei segni della malattia; 1 è andato incontro a una remissione parziale, vale a dire una riduzione consistente dei segni del tumore; nell’ultimo paziente non sono stati osservati effetti diretti sul tumore, ma la malattia si è stabilizzata per alcuni mesi. 

Nonostante questi risultati, in questo gruppo di pazienti il trattamento non è riuscito a spegnere del tutto la malattia, che in 4 dei 5 malati è successivamente recidivata o progredita. Per due di loro, però, al termine dello studio il tumore era ancora stabilizzato quando erano trascorsi, rispettivamente, 20 e 24 mesi dal trattamento. Il quinto paziente era, invece, ancora in remissione completa.

«Questi risultati rappresentano una svolta importante perché dimostrano l’efficacia e la sicurezza delle cellule Car-T allogeniche», continua Locatelli. «La terapia genica allogenica ha la possibilità di affiancarsi a quella autologa per incrementare la possibilità di offrire il trattamento con cellule Cart-T anche a quei pazienti che per la pregressa storia non potrebbero beneficiarne o che hanno già fallito il trattamento con le cellule Car-T autologhe», conclude Locatelli.

Il neuroblastoma è il tumore solido extracranico più frequente dell’età pediatrica e rappresenta circa il 7-10% dei tumori nei bambini tra 0 e 5 anni. In Italia vengono formulate circa 120-130 nuove diagnosi all’anno. Questo tumore ha origine dai neuroblasti, cellule presenti nel sistema nervoso simpatico, e può insorgere in diversi distretti corporei tra cui il più frequente è la parte centrale del surrene. Ancora oggi, il neuroblastoma ha una prognosi significativamente meno buona di altre neoplasie dell’età pediatrica, essendo responsabile dell’11% delle morti per cancro in età pediatrica: nelle forme metastatiche o ad alto rischio di ricaduta la probabilità di guarigione definitiva è del 45-50%; in caso di ricaduta o di malattia refrattaria alle cure convenzionali (chemio e radioterapia), la possibilità di sopravvivere senza malattia a 2 anni non supera il 10-15%.

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