L'analisi
La crisi della peer review: il collo di bottiglia che minaccia la ricerca
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    Scientists are working in the lab
    Didascalia
    Immagine: Yakuzakorat, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons
Redazione
La revisione tra pari è sotto pressione a causa dell'esplosione delle pubblicazioni e della carenza di volontari. Mentre le riviste testano l'intelligenza artificiale per velocizzare i controlli, gli esperti avvertono sui rischi di un'automazione affrettata

C'è un problema che affligge da anni la ricerca scientifica. È fonte di preoccupazione e anima i dibattiti degli esperti. Tuttavia, raramente filtra tra i non addetti ai lavori. È il tema della revisione degli articoli scientifici, la cosiddetta peer review, un caposaldo del funzionamento la ricerca scientifica moderna, le cui difficoltà rischiano di mettere a repentaglio la tenuta dell'intero sistema scientifico, come illustrato in un'analisi pubblicata sulla rivista Science.

Per comprendere la portata della crisi, occorre innanzitutto osservare il meccanismo tradizionale su cui si fonda la comunicazione scientifica. Quando un gruppo di ricercatori completa un lavoro, lo sottopone a una rivista accademica affinché venga pubblicato. L'editore sceglie alcuni esperti indipendenti della stessa disciplina — i cosiddetti "peers" — affinché leggano il manoscritto in modo anonimo. Questi revisori valutano la solidità della metodologia, l'accuratezza dei calcoli, la novità dei risultati e la correttezza delle conclusioni, raccomandando infine se accettare, correggere o respingere il saggio. Si tratta di un processo cardine per la validazione della conoscenza, che tuttavia si regge quasi interamente sul lavoro volontario e gratuito degli scienziati.

Oggi, tuttavia, il sistema di valutazione tra pari naviga in cattive acque, schiacciato da criticità strutturali che ne minacciano la sopravvivenza e che rappresentano il vero cuore del problema. Da un lato, la comunità scientifica fa fronte a un carico di lavoro insostenibile: il numero delle pubblicazioni è raddoppiato nell'arco di soli cinque anni, superando gli otto milioni nel 2025, un'esplosione alimentata in parte dalla diffusione dei modelli linguistici di grandi dimensioni (large language models, LLM) capaci di generare bozze di articoli in pochi minuti. Dall'altro, gli editori faticano enormemente a reperire studiosi disposti a sobbarcarsi l'onere delle revisioni. Secondo un rapporto dell'azienda di hosting di contenuti Silverchair, nel 2025 gli editori hanno dovuto inviare in media 4,5 inviti per ottenere una singola revisione completata, il doppio rispetto al 2018.

A questo sovraccarico si sommano i limiti intrinseci della revisione umana. Molti accademici denunciano la natura frustrante, superficiale e marcatamente soggettiva di molti giudizi tradizionali. Agnieszka Swiatecka-Urban, medico e ricercatrice in nefrologia pediatrica presso la University of Virginia (UVA), evidenzia come spesso i revisori si limitino a scorrere i testi frettolosamente, formulando osservazioni vaghe e irritanti che non entrano nel merito della scienza, oppure mostrando pregiudizi a favore di autori appartenenti a istituzioni più note e prestigiose. Inoltre, la stanchezza, gli sbalzi d'umore e la mancanza di tempo spingono i revisori umani a tralasciare controlli minuziosi riga per riga, acuendo un senso generale di inaffidabilità e ritardi cronici che fanno slittare la pubblicazione dei lavori da mesi a oltre un anno.

In questo scenario, l'avvento dell'intelligenza artificiale (artificial intelligence, AI) ha spinto ricercatori ed editori a esplorare nuove soluzioni per velocizzare i processi. Da un'indagine globale condotta dall'editore Frontiers su 1645 ricercatori è emerso che poco più della metà degli intervistati ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale nel 2025 per compiti di revisione, rispetto al 29% dell'anno precedente, nonostante molti giornali ne vietino l'uso.

Molti accademici mettono tuttavia in guardia contro i rischi di un'automatizzazione affrettata. «La crisi della peer review è reale, e l'intelligenza artificiale sembra promettente [per risolverla], ma precipitarsi in modo irresponsabile verso l'automazione di gran parte del giudizio potrebbe rivelarsi un boomerang», afferma Joachim Baumann, ricercatore post-dottorato alla Stanford University. «Dobbiamo assicurarci che gli strumenti che impieghiamo siano adatti al compito».

I critici ricordano che, sebbene le intelligenze artificiali dimostrino un'impressionante oggettività nell'individuare errori di calcolo o incoerenze tra testi e tabelle — come emerso da studi recenti —, presentano a loro volta pesanti difetti. I modelli tendono a produrre valutazioni eccessivamente lunghe e prolisse, faticano a cogliere le convenzioni metodologiche di sottodiscipline specifiche e rispecchiano i pregiudizi insiti nei dati su cui sono stati addestrati. Uno studio del 2025 guidato da Anthony Howell della Arizona State University ha mostrato che i modelli raccomandavano più spesso il rigetto per articoli provenienti da istituzioni meno prestigiose. Inoltre, l'utilizzo di questi strumenti non garantisce un effettivo risparmio di tempo: una ricerca dello University College London (UCL) ha calcolato che il tempo risparmiato nell'analisi della letteratura viene quasi interamente assorbito dalla necessità di verificare l'accuratezza dei suggerimenti automatici.

Nonostante le perplessità, diverse conferenze e riviste stanno conducendo test sul campo. Il comitato organizzatore della riunione annuale della Association for the Advancement of Artificial Intelligence (AAAI) ha integrato una valutazione generata da intelligenza artificiale per le circa trentamila proposte ricevute, affiancandola a un minimo di due pareri umani a cui spettava l'esito finale. Su un fronte analogo, la rivista NEJM AI ha introdotto una corsia preferenziale (fast track) per decisioni rapide basate su un'analisi mista.

La posizione prevalente tra gli esperti resta quella della cautela. «Dobbiamo assicurarci che gli strumenti che impieghiamo siano adatti al compito», ribadisce Baumann, riassumendo lo spirito con cui la comunità scientifica guarda a questa nuova frontiera tecnologica.

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