La metà dei 600 attacchi cardiaci che si registrano ogni giorno in Italia si verifica in perone che non avevano subito alcun altro evento in precedenza. Uno scenario che potrebbe essere scongiurato dall’impiego tempestivo, in questa categoria emergente di pazienti, delle terapie più innovative associate alle statine. «Un nuovo paradigma – sostiene Pasquale Perrone Filardi, presidente della Società italiana di cardiologia (Sic), in occasione del Congresso nazionale, in corso a Roma fino al 7 dicembre - che potrebbe salvare la vita di migliaia di pazienti, come evidenziato dallo studio VESALIUS-CV, il primo che ha dimostrato l’efficacia in prevenzione primaria di un inibitore PCSK9 in soggetti che non avevano mai avuto un infarto».
Il cosiddetto colesterolo “cattivo“ (LDL) alto è il fattore di rischio più rilevante per gli attacchi cardiaci anche in chi non ha mai avuto un evento acuto, «ma ha un alto rischio perchè non riesce ad abbassare livelli elevati di colesterolo con le statine, seppure ben tollerate. La buona notizia – conferma Ciro Indolfi, past-president Sic - arriva in ragione dei dati di efficacia fatti registrare dall’uso degli inibitori di PCSK9 proprio in questi pazienti, dallo studio VESALIUS-CV. Il lavoro, pubblicato di recente sul New England Journal of Medicine, apre la strada alla prevenzione primaria di eventi cardiovascolari, un risultato destinato a cambiare le strategie di prevenzione a livello globale».
Nella pratica clinica il raggiungimento del target di LDL resta una sfida complessa: «Purtroppo, rimane dilagante un’inerzia terapeutica che ancora continuiamo a riscontrare nei pazienti - puntualizza Gianfranco Sinagra, presidente eletto della Sic - e ciò viene confermato anche dai dati real-world dell’EuroAspire VI, un programma multicentrico della Società europea di cardiologia, che monitora l’aderenza alle linee guida nella prevenzione cardiovascolare, mostrando come, nonostante i progressi degli ultimi anni, il trattamento delle dislipidemie resti insufficiente. Solo il 16,8% dei pazienti ad alto rischio raggiunge il livello soglia di 70 mg/dL del colesterolo LDL e soltanto l’8,0% dei pazienti ad altissimo rischio, scende al di sotto del valore target di 55 mg/dL del colesterolo LDL».
Anche l'obesità ci mette del suo, provocando «oltre 20mila decessi l’anno per problemi cardiovascolari, pari al 10% delle 220 mila morti per patologie del cuore che ancora si registrano ogni anno in Italia. A livello globale – ricorda Perrone Filardi - sono stati stimati circa 2 milioni di decessi attribuibili a un indice di massa corporea elevato, cioè a sovrappeso e obesità, e alcuni recenti studi condotti negli Stati Uniti, mostrano che la mortalità per malattia cardiaca ischemica correlata all’obesità è più che triplicata negli ultimi 15 anni, sottolineando un trend preoccupante».
Per questo i cardiologi della Sic chiedono di allargare la rimborsabilità dei farmaci anti-obesità, che si sono rivelati molto efficaci non solo contro il diabete, ma anche nel proteggere il cuore, a chi ha problemi cardiaci oltre l’eccesso ponderale, avvertendo però che l'estensione debba limitarsi alla categoria prioritaria delle fasce a rischio e non trasformarsi in una spinta ulteriore a utilizzarli come scorciatoia per perdere peso rispetto ai corretti stili di vita che sono, e devono rimanere, la prima forma di prevenzione primaria.
«Il contrasto all’obesità deve iniziare fin da piccoli – sottolinea Francesco Barillà, presidente della Fondazione “Il Cuore Siamo Noi” della Sic - perché è un problema sanitario e sociale che investe la prevenzione “primordiale”, quella che va fatta nei bambini perché l’Italia è il peggiore Paese europeo in termini di incidenza di obesità nei più piccoli. Serve dunque una politica finalizzata all’inserimento di ore obbligatorie di educazione alimentare – conclude - a partire dalle scuole primarie».
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