Una biopsia liquida innovativa messa a punto all’Istituto nazionale dei tumori di Milano potrebbe essere il test che salva la vita ai portatori di sindrome di Lynch: valuta l’instabilità di cinque microsatelliti, che rappresentano una peculiarità delle lesioni precancerose e cancerose nei pazienti con questa sindrome.
A dimostrarne le potenzialità è lo studio INT 03/13 condotto all’Int milanese su 87 pazienti pubblicato su Cancer Gene Therapy.
«Questo lavoro rappresenta un ottimo esempio di ricerca traslazionale e multidisciplinare tra il Dipartimento di Oncologia sperimentale e quello di Chirurgia» sottolinea Gabriella Sozzi, direttrice della Struttura di Genomica tumorale e del Dipartimento di Oncologia sperimentale, cofirmataria dello studio.
La sindrome di Lynch è una condizione genetica ereditaria che aumenta il rischio di malattia oncologica e in primo luogo di cancro al colon retto. Le linee guida indicano la necessità di sottoporre le persone a colonscopia periodica ogni 1-2 anni in relazione al gene coinvolto.
«La diagnosi della sindrome avviene solitamente tra i 25 e i 30 anni – spiega Marco Vitellaro, responsabile dell’Unità dei Tumori ereditari dell’apparato digerente dell'Int e cofirmatario dello studio –e, da qui, iniziano i controlli che perdurano per tutta la vita».
Nella malattia di Lynch ricoprono un ruolo importante i microsatelliti che sono brevi sequenze ripetute di Dna, differenti da quelle presenti nelle sequenze originarie e per tale ragione definiti “instabili”. Dalle ricerche sembra che questa instabilità sia un difetto nella capacità di riparare gli errori che alcune volte avvengono nel Dna durante il processo di replica delle cellule.
«L’instabilità dei microsatelliti è una peculiarità delle lesioni colorettali cancerose e precancerose che insorgono in chi è affetto da sindrome di Lynch» sottolinea Stefano Signoroni, ricercatore dell’Unità dei Tumori ereditari dell’apparato digerente dell'Int e cofirmatario dello studio. «Rappresenta un possibile marcatore di malattia importante – aggiunge - dal momento che il Dna delle lesioni pensiamo possa essere rilasciato nel sangue anche prima che la colonscopia dia un risultato positivo».
Gli 87 pazienti con sindrome di Lynch coinvolti nello studio sono stati seguiti con colonscopie annuali. «Nell’ambito di questo studio abbiamo utilizzato per la prima volta il test – racconta Mattia Boeri, ricercatore del Dipartimento di Oncologia sperimentale Int, ideatore della tecnica e prima firma dello studio - che consiste in una tecnica altamente sensibile per l’analisi del materiale genomico. Tramite la biopsia liquida, che prevede un semplice prelievo di sangue, è stato quindi possibile valutare la presenza di cinque microsatelliti, contrassegnati dalla sigla bMSI, veri e propri marcatori tumorali, e soprattutto pre-tumorali, in questi specifici pazienti. Per sviluppare il test abbiamo dovuto implementare una piattaforma innovativa che permettesse di ottimizzarne la sensibilità per l’analisi delle biopsie liquide. I risultati hanno dimostrato, prima di tutto, che da un punto di vista tecnico il test funziona ed è sufficientemente sensibile. Inoltre, i livelli di questi marcatori nel sangue sembrano essere effettivamente indice della presenza di una o più lesioni tumorali».
Questi dati ora devono essere validati in un numero più ampio di pazienti. È stato quindi avviato all’Int di Milano uno studio in collaborazione con l'Associazione italiana pazienti con tumori ereditari dell’apparato digerente (Aptead), che permetterà anche di valutare meglio le tempistiche di comparsa dei marcatori circolanti rispetto all’insorgenza della lesione rilevabile tramite endoscopia.
«Il nostro obiettivo è di dimostrare che il test è uno strumento utile per personalizzare la sorveglianza, con un calendario di colonscopie guidate anche dalla presenza dei biomarcatori che va poi programmato anche successivamente all’intervento chirurgico per tumore al colon retto» chiarisce infine Vitellaro.
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