Più di 36 mila procedure di angioplastica primaria (“il palloncino” per riaprire le coronarie chiuse, responsabili dell’infarto acuto); aumento della diagnostica con i metodi di imaging più innovativi (ma siamo ancora lontani dalla media dei Paesi Europei più avanzati); crescita fino al 20% delle procedure di cardiologia interventistica strutturale (interventi sulle valvole cardiache), ma ancora al di sotto del fabbisogno della popolazione e con differenze regionali ancora molto marcate.
È un bilancio con molte luci, ma che ha ancora qualche ombra quello del Report 2023 della Società italiana di cardiologia interventistica (Gise), l'unica realtà italiana dotata di un Registro dell’attività di 273 laboratori di emodinamica e cardiologia interventistica del Paese.
I dati sono stati presentati giovedì 30 maggio a Roma durante il congresso Gise Think Heart 2024.
Coronarografie e Tavi. Pur con oltre 300 mila coronarografie eseguite nel 2023, che in circa il 50% dei casi hanno portato all’esecuzione di un’angioplastica coronarica (156 mila interventi lo scorso anno, tornando quasi ai livelli pre-Covid), restano criticità nell’interventistica strutturale sulle valvole cardiache: le Tavi sono aumentate del 13%, ma solo un paziente candidabile su due viene sottoposto alla procedura e oltre 10 mila che ne avrebbero l’indicazione non la ricevono, con differenze regionali consistenti nella possibilità di accesso.
Altri interventi. Gli interventi di riparazione percutanea della valvola mitralica, sono stati circa 1.800, in crescita del 20%, ma con un fabbisogno stimato di circa altri 6 mila. Anche il ricorso alla procedura di chiusura percutanea dell'auricola sinistra, importante per la prevenzione dell’ictus, è aumentato del 20%, ma con circa 2.300 interventi nel 2023 siamo lontani dal fabbisogno reale, considerando che sono più di 100 mila i pazienti potenzialmente candidabili.
L’88% dei centri offre il servizio 24 ore al giorno, sette giorni su sette: «Un dato che conferma la distribuzione capillare sul territorio nazionale di un’infrastruttura essenziale per il trattamento tempestivo dell’infarto miocardico acuto e di altre cardiopatie acute - osserva Francesco Saia, presidente Gise – per le quali l’efficacia del trattamento è strettamente tempo-dipendente. Restano tuttavia alcune criticità, perché, per esempio, sebbene le tecnologie di imaging e di studio funzionale siano in crescita, solo il 20% delle procedure di angioplastica complessivamente è guidato da questi metodi, molto sottoutilizzati rispetto alla media di Paesi europei come Germania, Francia, Spagna, Olanda e Benelux. I motivi – precisa Saia - sono soprattutto i vincoli economici per l’acquisizione degli strumenti necessari e l’assenza di codifica o tracciamento di queste tecniche».
La proposta. Il Gise propone di inserire nel Piano nazionale esiti un “cruscotto” di indicatori di outcome che consenta di monitorare e soprattutto valutare le prestazioni di cardiologia interventistica, facilitando l’introduzione di tecnologie innovative e l’abbandono di quelle obsolete, ma soprattutto favorendo in tutto il Paese una sempre maggiore appropriatezza, sostenibilità ed equità di accesso alle procedure. «Proponiamo per esempio di tenere conto non del singolo episodio di ricovero – spiega Saia - ma dell’intero flusso di cura, considerando tra gli altri elementi le complicanze o le riospedalizzazioni per recidiva dei sintomi. O, ancora, proponiamo di inserire indicatori che valutino aspetti organizzativi e di processo per individuare le criticità con un impatto sugli esiti clinici, come le modalità di presa in carico e dimissioni secondo Pdta, e di utilizzare indicatori sull’impiego delle tecnologie per valutarne il contributo sugli esiti».
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