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DidascaliaImmagine: Marcello Casal JR/ABr, CC BY 3.0 BR <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0/br/deed.en>, via Wikimedia Commons
Fare il test per l'Hiv anche se non si hanno sintomi: è questo l'Appello dell'Associazione nazionale per la lotta all'Aids (Anlaids) in occasione del quarantesimo anniversario dalla fondazione.
Su oltre 11.400 test eseguiti dal 2018 al 2024, un caso ogni 130 circa è risultato positivo. Tra chi si è sottoposto al test per la prima volta, stando alle stime dell'Anlaids si è registrata una positività ogni 279 esami effettuati. I dati sono stati presentati dall’Associazione al XVII Congresso nazionale dell'Italian Conference on Aida and Antiviral Research (Icar).
Il 43% di coloro che si sono sottoposti al test (41,9% salivari e 58,2% capillari; il 61,1% uomini, il 38,9% donne) aveva età compresa tra i 18 e i 24 anni, il 28% tra i 25 e i 30 anni, il 16% tra i 31 e i 40. Il 61% ha dichiarato comportamento eterosessuale, il 34% omosessuale. Il 75% era italiano, il 25% straniero.
Il test rapido, disponibile anche in versione salivare, anonimo, non invasivo e gratuito, restituisce il risultato in pochi minuti. È uno strumento prezioso per raggiungere chi altrimenti non si sottoporrebbe al test, soprattutto i giovani (43% del campione testato da Anlaids), le persone asintomatiche e coloro che non si rivolgono abitualmente ai servizi sanitari.
«Questi numeri ci dicono che il virus circola anche tra chi non ha sintomi e non si percepisce a rischio» avverte Luca Butini, presidente di Anlaids. «L’Hiv oggi si può prevenire e trattare – prosegue - ma solo se si conosce il proprio stato sierologico e il test rappresenta il primo passo fondamentale. Per intercettare le infezioni sommerse, servirebbero almeno 2,5 milioni di test in un anno. È un obiettivo ambizioso, ma possibile che ci porterebbe a raggiungere l’obiettivo globale di Uunaida, il Programma delle Nazioni unite per l’Hiv/Aids, di porre fine alla sindrome da immunodeficienza acquisita come minaccia per la salute pubblica entro il 2030».
Secondo l’ultimo notiziario dell’Istituto superiore di sanità, nel 2023 il nostro Paese ha registrato un incremento significativo delle nuove diagnosi di infezione da Hiv, segnando un ritorno ai livelli precedenti alla pandemia di Covid-19, con 2.349 nuove diagnosi segnalate, pari a un’incidenza di 4,0 casi per 100 mila residenti (+9,8% rispetto al 2022).
Stando al Rapporto 2024 di sorveglianza per Hiv/Aids pubblicato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), inoltre, il numero totale di nuove diagnosi di Hiv è di 113 mila in 47 dei 53 Paesi della regione europea dell’Oms, in leggero aumento (+2,4%) rispetto all’anno precedente.
«Questo dato allarmante impone un cambio di paradigma – sostiene Butini - il test deve essere portato dove le persone vivono, lavorano e si curano. Investire nei test rapidi significa abbattere le barriere all’accesso, ridurre le diagnosi tardive e costruire una sanità più inclusiva ed efficace».
L'Associazione auspica dunque che il Piano nazionale d’azione per porre fine all’Hiv, alle epatiti virali e alle infezioni sessualmente trasmissibili «conduca a politiche regionali che prevedano fondi dedicati, formazione del personale e campagne di sensibilizzazione per promuovere l’uso dei test rapidi in tutti i contesti sanitari e comunitari. Anlaids invita tutti a informarsi, proteggersi e testarsi. La conoscenza è la prima forma di prevenzione – conclude Butini - nessuno dovrebbe scoprire troppo tardi di essere positivo».
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